La caduta di Kabul apre scenari su chi prenderà il posto lasciato vuoto dal ritiro degli Stati Uniti. Forse nessuno. Forse tutti, spartendosi il Paese. O forse ci sarà una potenza in grado di prevalere su un’altra. Impossibile al momento fare previsioni. Ma quello che è certo è che la diplomazia delle altre potenze regionali si è da tempo attivata per frenare un disastro ampiamente prevedibile.

Messo al sicuro il personale, ora le cancellerie lavorano su come gestire quello che sembra essere ormai definitivamente un nuovo regime: l’Emirato islamico dell’Afghanistan. L’inviato del Cremlino in Afghanistan, Zamir Kabulov, ha confermato che l’ambasciatore a Kabul incontrerà i talebani martedì. A Radio Echo Moskvj, Kabulov ha riferito che l’incontro non equivale però un accordo già scritto: “Il riconoscimento o meno dipenderà da cosa farà il nuovo regime”. Il rappresentante russo a Kabul, l’ambasciatore Dmitry Zhirnov, ha spiegato a Russia 24 che i talebani hanno garantito il loro impegno per “un Afghanistan libero dal terrorismo e dal traffico di droga, dove i diritti umani saranno rispettati. Un Paese che avrà buone relazioni con il mondo intero”. Ma lo stesso ambasciatore ha mostrato cautela. L’ordine arrivato Mosca sembra essere quello di prestare particolare attenzione: i talebani, del resto, sono conosciuti molto bene nelle alte gerarchie militari e politiche russe. Ed è per questo che sul riconoscimento dell’Emirato peseranno molte variabili: a cominciare dalla questione terrorismo, molto cara al Cremlino. La Russia non sembra essere particolarmente contenta di quello che sta accadendo in Asia centrale, e anche per questo ha mobilitato le truppe per esercitazioni che sanno anche di avvertimento.

Il riconoscimento del governo talebano interroga anche Pechino. La Cina non ha mai negato di avere costruito una trama di rapporti con gli “studenti coranici”, come dimostrato dall’incontro di Tianjin a luglio tra il ministro Wang Yi e una delegazione talebana guidata dal mullah Abdul Ghani Baradar. Così, all’indomani della caduta di Kabul, il governo della Repubblica popolare ha dato le prime disposizioni. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, ha detto che il suo Paese intende avere una “cooperazione di buon vicinato e amichevole” con l’Afghanistan, assumendo “un ruolo costruttivo nella pace e nella ricostruzione”. L’obiettivo è riuscire a incardinare il Paese nel progetto strategico della One Belt One Road. Tuttavia, come riportato da Agi, non va dimenticato il legame del nuovo Emirato con integralisti islamici che preoccupano anche la Cina. Lo ha spiegato l’ex ambasciatore in Iran, Hua Linming, parlando al South China Morning Post. “Il gruppo ha legami così radicati e complessi con gruppi estremisti e terroristi”, ha affermato il diplomatico cinese, “che è troppo presto per dire quanto la Cina debba essere preoccupata”. Aperture, quindi, ma senza eccessive dosi di ottimismo. Il caos e l’insorgenza islamista sono elementi che fanno riflettere chiunque, anche il Politburo cinese. Ed è chiaro che sarà importante capire non solo come si comporterà la Cina, ma anche cosa farà il rivale strategico che potrebbe inserirsi nella partita dell’Asia centrale: l’India.

Anche la Turchia, unico Paese Nato che sembra interessato all’Afghanistan anche per puri interessi strategici nazionali, osserva con attenzione a quanto succede a Kabul. Recep Tayyip Erdogan, che aveva proposto di rimanere a presidiare l’aeroporto della capitale afghana dopo il ritiro delle forze occidentali, adesso teme un’ondata di profughi pronta a investire il confine turco dopo aver attraversato l’Iran. Come riportato dall’agenzia Anadolu, il presidente turco ha parlato da Istanbul insieme al suo omologo pakistano, Arif Alvi, per ricordare l’impegno congiunto di Ankara e Islamabad per la sicurezza in Afghanistan. Un elemento di cui tenere conto, dal momento che i rapporti tra i due Paesi si sono rafforzati anche sotto il profilo militare. Non a caso i due leader si sono incontrati a Istanbul per il varo di una nave costruita negli arsenali turchi. Erdogan ha telefonato anche al primo ministro pakistano, Imran Khan, per decidere le prossime mosse. Un asse interessante che parla anche cinese, visto che il Pakistan ha da tempo rafforzato i legami strategici con Pechino e la Turchia, oscillando costantemente tra occidente e oriente, non ha mai negato di avere forti attrazione verso le sirene dell’est.

Sulla Turchia pesano poi le parole dello stesso inviato russo per l’Afghanistan. Kabulov, nell’intervista a Echo Moskvj, ha puntato il dito proprio sui fondi del Golfo Persico. Ed è chiaro che se la delegazione talebana si trovava a Doha, in Qatar, il collegamento con i turchi rischia di essere fin troppo facile. L’alleanza tra il leader turco e il Qatar è cosa nota. E quelle parole sui talebani “sostenuti da alcuni fondi islamici, che hanno sede principalmente nella regione del Golfo Persico” rischiano di essere un messaggio russo nei confronti di tutte le forze coinvolte nella regione. Ankara compresa.