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Non solo un gigante terrestre, ma una vera e propria potenza del mare. È questo l’obiettivo della Cina di Xi Jinping. Una vera e propria rivoluzione culturale nella visione strategica del gigante asiatico, che ha sempre avuto le forze di terra come colonna portante della sua struttura militare. Ma oggi tutto sta cambiando, il mondo è globalizzato: e la Cina ne cavalca questa evoluzione. E il mare è ancora oggi la più grande via di comunicazione per collegare il globo.

La Cina vuole il mare

Per essere una potenza mondiale, occorre quindi ripartire dal mare. E Xi lo ha capito, tanto da aver dato ampio risalto alla modernizzazione e alla crescita della sua flotta navale, che oggi sfida apertamente gli Stati Uniti per l’Oceano Pacifico. Pechino vuole ripartire lì, da quello che considera il suo mare.

Non è ancora una potenza marittima su scala internazionale, come lo sono gli Stati Uniti. Ma può diventarlo, un passo alla volta, ripartendo dalle coste del Pacifico, dove per decenni la strategia di Washington è stata quella del contenimento, se non di un vero e proprio assedio alla potenza cinese.

La sfida alla supremazia militare americana è ripartita dalle due aree in cui gli interessi cinesi sono maggiori: le acque intorno a Taiwan (e Taiwan stessa) e nel Mar Cinese meridionale. Sono questi i due settori in cui la marina cinese si sta imponendo, passo dopo passo, per contrastare la capacità di manovra degli Stati Uniti e degli alleati di Washington, in particolare il Giappone.

La Cina “ha già vinto”

Come spiega il New York Times, gli analisti del Pentagono sono molto preoccupati da questa crescita navale cinese. E il motivo è da ricerca proprio in questi due obiettivi di Pechino. Secondo gli esperti, la Cina ha un vantaggio insuperabile nei con fronti dell’America che nessuno è in grado di eliminare, e cioè la prossimità. Pechino non ha bisogno di spostarsi né di eserciti enormi per prendere, in poco tempo, il controllo delle due aree contestate. Al contrario, per Washington sarebbe impossibile farlo senza un dispendio economico e militare enorme.

Anzi, in molti credono che la Cina abbia già raggiunto il suo obiettivo, ma che probabilmente a Washington se ne debbano ancora rendere conto. Quei mari sono già di fatto cinesi, perché nessuno è in grado di opporsi. E gli Stati Uniti hanno perso il loro vantaggio accumulato in anni di egemonia, quando la Cina non mostrava interesse verso il Pacifico, puntando sulla crescita a ritmi serrati. Una miopia che ora, per Washington, potrebbe costare carissimo.

E ad ammetterlo è stato lo stesso comandante del Comando Indo-Pacifico, l’ammiraglio Philip Davidson, che parlando al Senato a marzo è stato chiarissimo: “la Cina, attualmente, è in grado di controllare il Mar Cinese Meridionale in tutti gli scenari di guerra con gli Stati Uniti”.

I missili di Xi per il Pacifico

L’ascesa al potere di Xi Jinping è stata l’inizio dell’ascesa della marina militare cinese. La strategia del leader di Pechino è chiara: se la Cina deve espandersi, deve farlo tramite il mare. Per ottenere questo risultato, occorre partire dalla flotta. Proprio per questo motivo, la strategia bellica sotto Xi si è estesa in due tronconi: snellimento delle forze terrestri, modernizzandole e rendendole più efficaci, e spostamento delle attenzioni sul miglioramento di navi, missili e aerei. 

Dal 2015, l’esercito ha tagliato 300mila unità fra soldati e ufficiali. Ora l’esercito terrestre ha una forza di circa due milioni di individui. A fronte di questi tagli, che rappresentano, come spiegato su questa testata, una sorta di “occidentalizzazione” delle forze armate, c’è stato però un forte aumento di investimenti e ricerca in altri settori, altrettanto fondamentali. Uno, in particolare, è quello del cosiddetto “controintervento“, per usare un termine caro agli strateghi cinesi.

Questo contro-intervento consiste in una serie di missili balistici ad altissima velocità in grado di colpire navi in movimento davanti alle coste del Pacifico. L’attenzione americana, ad oggi, è concentrata in particolare su un nuovo missile, il Df-26, noto anche come “carrier killer”. È qui che il Pentagono vuole vederci chiaro, perché è sicuramente la minaccia più grave per la flotta Usa nel Pacifico. Secondo le prime analisi, ha una gittata che permette di colpire qualsiasi nave in movimenti fino all’isola di Guam, avamposto americano nel Pacifico.

Un’arma che sposta sicuramente gli equilibri del Pacifico che si aggiunge al nuovo missile anti-nave L’armamento comprende il nuovo missile da crociera anti-nave YJ-12B, già schierato da Pechino nelle isole del Mar Cinese Meridionale, e che copre un raggio che va dal Vietnam alle Filippine.

Numeri che fanno riflettere

L’ascesa della potenza navale cinese è racchiusa nei numeri. La Marina militare cinese ha costruito più di 100 navi da guerra e sottomarini negli ultimi dieci anni. Solo la Cina ha costruito più mezzi navali in questo decennio di tutte le potenze mondiali messe insieme. Gli ultimi dati mostrano che nel 2017, Pechino poteva contare su 317 navi da guerra e sottomarini in servizio attivo, contro i 283 della Marina degli Stati Uniti.

Un altro esempio su questa crescita esponenziale, arriva dai sottomarini. Nel 1995, la Cina aveva solo tre sottomarini. Ora ne ha quasi 60 e prevede di espanderne il numero fino a possedere circa 80 mezzi subacquei. Mezzi che, tra le altre cose, saranno incredibilmente moderni, se si pensa che già sono stati progettatii primi mezzi senza equipaggio guidati soltanto dall’Intelligenza artificiale.

Stessa cosa può dirsi delle portaerei e degli incrociatori, in cui la Cina è passata dall’averne pochi e generalmente di scarsa qualità o acquisiti dopo il crollo dell’Unione sovietica, ad averne non solo nuovi, ma altamente tecnologici e di fabbricazione nazionale.

Questo chiaramente non significa che la Marina dell’Esercito popolare di liberazione sia superiore a quella di Washington. I numeri contano, ma contano anche preparazione, tecnologia e capacità operativa. La Cina, fondamentalmente, non ha mai applicato in una guerra le sue forze navali. I test, come visto dalle guerre in corso nel mondo, non sono attendibili come un conflitto. La Siria, per certi versi, è un terribile esempio di cosa significhi tutto questo, visto che la Francia (per citare un esempio) ha testato i suoi nuovi missili durante l’attacco alle basi siriane, ottenendo un flop clamoroso.

La Cina guarda al mondo

L’espansione cinese va al di là del Pacifico. Da qui parte, perché difende i suoi prioritari interessi nazionali. Proteggere le sue coste, avere il controllo delle rotte del Pacifico occidentale e ottenere garanzie sul Mar Cinese Meridionale e Taiwan sono punti al primo posto dell’agenda di Xi Jinping. 

Ma non c’è solo questo: il controllo del mare passa per tutta una serie di livelli che riguardano anche altre aree del mondo, dove interessi commerciali, energetici e militari si intrecciano in maniera indissolubile. L’espansione della marina militare cinese va infatti di pari passo con le prime basi estere della Cina, che sono tutte porti. Lo è Gwadar in Pakistan, così come lo è Gibuti, nel Corno d’Africa. Ma è interessante anche osservare l’importanza degli investimenti nei porti dell’oceano Indiano e del Mediterraneo, che Pechino sta acquisendo attraverso le sue aziende e che molti credono siano potenziali basi di arrivo della flotta cinese nel futuro.

Per controllare le rotte marittime ma soprattutto per sfidare il monopolio occidentale, Pechino già si è mossa. La difesa dei suoi interessi, adesso, è su scala mondiale. Non è più un gigante chiuso in se stesso: è un gigante che si sta aprendo al mondo. E questo, chiaramente, indica che gli Stati Uniti inizieranno a fare le loro contromosse. Anche nel Pacifico occidentale, sembra chiaro che siano arrivati tropo tardi.

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