La minaccia viene dal cielo. L’ultimo allarme lanciato da Taiwan ha battuto ogni record, visto che Taipei ha affermato che 39 aerei militari cinesi sono entrati nella zona di identificazione della propria difesa aerea. La mossa di Pechino si è svolta in due atti: 20 aerei hanno preso parte ai voli diurni sabato e altri 19 di notte. Il ministero della Difesa tawianese ha identificato la maggior parte di essi come jet da combattimento J-17 e SU-30.

Sommando il numero di velivoli avvistati nelle ultime 48 ore il numero complessivo sale a 77. “La Cina è impegnata in un’aggressione militare e danneggia la pace regionale”, ha detto il premier taiwanese Su Tseng-chang parlando alla stampa. “Il primo ottobre non è stata una buona giornata. L’aeronautica cinese ha fatto volare 38 aerei nell’Adiz di Taiwan, il maggior numero mai registrato. Minaccioso? Certo. È strano che la Cina non si preoccupi più di fingere”, ha scritto lo stesso ministero degli Esteri di Taiwan su Twitter.

La “risposta” di Taiwan

Lungo lo Stretto di Taiwan, insomma, la temperatura è caldissima, anche perché Taipei non è certo rimasta a guardare. Il governo della “provincia ribelle” ha chiamato in causa e fatto decollare i suoi bombardieri, oltre ad aver emesso allarmi radio è messo in allerta sistemi missilistici di difesa antiaerea. Anche se le incursioni cinesi non hanno penetrato lo spazio aereo taiwanese, gli Stati Uniti – terzo incomodo della questione taiwanese – si sono detti molto preoccupati per le attività militari “provocatorie” di Pechino, in quanto “tali attività sono destabilizzanti e minano la pace e la stabilità regionali”. Gli Usa esortano quindi la Cina a “cessare la sua pressione e coercizione militare, diplomatica ed economica contro Taiwan” e garantiscono che continueranno ad “assistere Taiwan nel mantenere una capacità di autodifesa sufficiente”.

Se la Marina cinese è particolarmente attiva per quanto concerne le tensioni del Mar Cinese Meridionale in senso generico, l’aeronautica cinese potrebbe essere la chiave di volta utilizzabile da Pechino per scardinare la serratura taiwanese. Ricordiamo, infatti, che Pechino considera l’isola come parte del suo territorio nonostante Taipei si proclami indipendente sin dalla fine della guerra civile cinese nel 1949, e si impegna a portare la provincia ribelle sotto il suo controllo con ogni mezzo necessario, inclusa l’acquisizione militare.

Gli obiettivi di Pechino

Un rapporto istituzionale americano intitolato Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2020, ha fatto emergere i punti focali sui quali insisterà Pechino da qui ai prossimi anni. Innanzitutto, l’Aviazione dell’Esercito Popolare di Liberazione Cinese resta “la più grande forza aerea della regione” nonché la terza più grande al mondo. Non solo: l’aspetto più importante è che l’aviazione militare cinese è prossima a raggiungere le forze aeree occidentali. In che modo? Mettendo in pratica una serie di competenze, concretizzate mediante la costruzione di “2.500 aerei totali e circa 2.000” aerei da combattimento dell’aeronautica cinese.

A detta di molti analisti Usa, l’obiettivo cinese è uno: espandere la propria influenza militare (e non solo) tanto nella regione asiatica (focus in Asia orientale), quanto nel resto del mondo, adottando sia la Marina che l’aeronautica. In ogni caso, a partire dal 2019 l’esercito cinese ha migliorato la gestione di operazioni coordinate è congiunte. Non sappiamo se è quando la Cina vorrà conquistare Taiwan adottando la via militare. Certo è che, a giudicare dagli ultimi modelli impiegati per intimidire Taipei, Pechino non scherza: accanto agli aerei da combattimento J-16 troviamo i caccia Su-30, i bombardieri H-6 (com capacità nucleare) e un aereo antisommergibile. In attesa di capire quali saranno le prossime mosse del Dragone, è bene che i governi occidentali inizino a prendere precauzioni aeree, soprattutto per dare manforte a Taiwan.