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La Cina sta espandendo la sua influenza anche nel Mediterraneo. E al presenza navale cinese inizia a preoccupare le potenze che si affacciano sul Mare Nostrum, se non altro per la capacità e facilità con cui Pechino è riuscita a penetrare all’interno dei Paesi rivieraschi. Iniziata come politica esclusivamente commerciale, legata all’acquisizione di quote all’interno dei principali porti mediterranei, la presenza cinese oggi si è consolidata a tal punto da porre degli interrogativi di carattere geopolitico. 

La Nuova Via della Seta e la strategia militare

La questione ha assunto nel tempo un profilo estremamente rilevante. Tutti noi abbiamo in mente l’importanza e la grande opportunità offerta dalla Nuova Via della Seta. Un progetto infrastrutturale, ma soprattutto economico e politico, che può essere un colano di crescita enorme per Paesi in crisi finanziaria o in costante ricerca di investimenti esteri. Ma se l’iniziativa cinese promossa da Xi Jinping può essere considerata una via per lo sviluppo del tessuto infrastrutturale dei singoli Stati, dall’altro lato la sfida che offre Pechino è molto più profonda.

Perché se la strategia cinese è stata da sempre quella di presentarsi come potenza in cerca di sviluppare la sua rete commerciale, l’acquisizione di porti come terminali della Via della Seta marittima e l’offerta ai Paesi di ingenti capitali e di società disposte a costruire reti stradale e ferroviarie che supportino lo sviluppo del commercio marittimo rischia di modificare radicalmente l’approccio dei Paesi nordafricani e dell’Europa meridionale verso la Cina. E offre al governo cinese strumenti per penetrare in maniera ancora più profonda non solo a livello economico e politico, ma anche a livello strategico.

Le imprese cinesi sono tutte dello Stato

Proprio per questo motivo, molti analisti, soprattutto nei Paesi più fortemente legati alla strategia degli Stati Uniti, iniziano a porsi degli interrogativi sulle reali intenzioni cinesi dietro questi investimenti. È solo commercio? I dubbi iniziano a essere molti. Interessante a questo proposito le conclusioni dell’Istituto francese delle relazioni internazionali che a febbraio di quest’anno ha pubblicato un dossier che analizza i rischi sotto il profilo economico e politico, ma anche militare, della crescita della presenza navale cinese nel Mediterraneo.

L’idea è che ci si trovi di fronte a investimenti che non sono affatto esclusivamente economici, ma che avranno forti ricadute sotto il profilo strategico e d’intelligence. Ad esempio, molti analisti sono preoccupati del fatto che le aziende cinesi stiano costruendo la rete portuale di alcuni Stati. Questo significa dare alla Cina le chiavi della conoscenza di aree strategicamente fondamentali per la Difesa dei singoli Stati. Paesi che sono, nella maggior parte, legati alla Nato.

La minaccia arriva soprattutto dal fatto che le aziende cinesi impegnate nei progetti infrastrutturali in Europa e nell’Africa settentrionale sono in larga parte o statali o a maggioranza statale. Non si tratta di imprese private: sono tutte società legato allo Stato cinese e quindi alla sua strategia. Xi Jinping ha sempre imposto come stella polare a tutte le imprese cinesi l’idea per cui esse debbano considerarsi parte degli obiettivi del Partito. La totale convergenza di queste società con gli interessi del governo fa sì che gli investimenti siano da considerare a tutti gli effetti operazioni della Cina, non di privati.

La preoccupazione di Israele

E anche dal punto di vista dell’intelligence, i rischi non sono da considerare secondari. Proprio per questo motivo, non va sottovalutato un articolo del Jerusalem Post sul possibile pericolo rappresentato dalla presenza navale cinese nei porti israeliani. Il fatto che gli analisti di Israele si interroghino sulla presenza della Cina è un segnale molto interessante. Così come è interessante il risalto dato dai media di Israele a questo workshop dell’università di Haifa.

Il governo israeliano, che da sempre è l’alleato principale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale e in Medio Oriente, inizia ad avere una forte presenza di operazioni cinesi nei porti. E questo sta portando a degli interrogativi che fanno capire anche il significato politico di certe discussioni nella sfida fra Cina e Stati Uniti.

I fautori dell’asse fra Washington e Tel Aviv non vogliono che Pechino si inserisca eccessivamente nel sistema portuale israeliano. E mettono in guardia dai rischi per la sicurezza: “Non è solo qualcuno che ascolta, ma qual è la tecnologia utilizzata nei sistemi commerciali che può sfuggire ai sistemi militari. Quanto sono vulnerabili alle interferenze? Non è qualcosa di cui dovrebbero preoccuparsi solo Israele e il porto di Haifa. Cosa viene testato su una nave da guerra israeliana e con quale facilità questi segnali possono essere rilevati? Quali sono i meccanismi in atto per impedirlo?” Queste le domande dell’ammiraglio Usa Gary Roughead.

Le manovre della flotta cinese nel Mediterraneo

A conferma di quanto detto, va anche ricordato che la Cina, nel 2017 ha svolto le sue prime esercitazioni navali nel Mediterraneo e nel Baltico insieme alla marina militare russa. Notizie non secondarie, visto che si è trattata della prima operazione della marina miliare di Pechino in un mare molto lontano dalla sua tradizionale area operativa. Ma è stato anche un segnale della sfida a Washington. Così come la flotta americana e quelle occidentali operano nel Mar Cinese Meridionale, allora anche la flotta dell’Esercito popolare può interferire in un mare considerato da sempre sotto il controllo dell’Occidente.

E in quello stesso periodo ci fu anche un altro episodio molto significativo: quattro navi della Marina cinese visitarono ufficialmente la Grecia entrando le porto del Pireo, proprio quel porto in mano alla cinese Cosco. Un segnale chiaro di come non solo quel porto è perfettamente in grado di ospitare imbarcazione della marina di Pechino, ma anche dei rapporti politici e militari fra Cina e Grecia.

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