La Cina considera l’Africa parte integrante dei suoi progetti strategici. E gradualmente ha esteso la propria influenza e la propria sfera d’azione in ogni angolo del continente: compresa la Libia.

Quello della presenza cinese in Libia è stato un tema spesso taciuto o comunque dimenticato da buona parte degli osservatori. Attratti dai raid americani, dalle mosse russe, dalla sfida fra Italia e Francia e dalle azioni poste in essere dalle varie potenze regionali, per molto tempo il governo cinese è stato un soggetto quasi dimenticato tra le forze in campo. Eppure, come sempre, non si può pensare a un conflitto contemporaneo senza avere bene in mente gli interessi di Pechino.

La notizia di questi giorni è che la Cina ha messo nel mirino la Libia. Il presidente dell’Unione delle Camere di commercio e dell’industria libiche, Mohamed al Raeid, mentre era al Cairo per un forum sull’economia libica, ha detto che dei 20 miliardi di investimenti cinesi in Africa, cinque saranno per la Libia. Una notizia importante, visto che in pratica un quarto degli investimenti cinesi indirizzati all’Africa (il primo pacchetto) sarà indirizzato al Paese nordafricano.

Ma pensare che l’interesse di Pechino sia recente, rischia di essere un clamoroso errore. In realtà la Cina, in Libia, era presenta anche prima della guerra civile che ha visto la caduta di Muhammar Gheddafi e la devastazione del Paese. Ed è proprio da quegli antichi rapporti che va capito il rinnovato interesse del gigante asiatico. La Cina non sta arrivando in Libia: la Cina sta tornando. E la guerra è stata solo una battuta d’arresto della strategia del dragone.

Basta tornare indietro al 2011 e leggere le cronache di quei giorni di guerra per capire quanto Pechino fosse coinvolta nel Paese. Il governo cinese inviò anche degli emissari in Qatar per incontrare i capi ribelli libici per capire come risolvere il conflitto e soprattutto per evitare che gli interessi economici di Pechino, specialmente quelli energetici, ne fossero lesi in maniera definitiva. Interessi enormi, se si pensa che nel 2009, il ministro degli Esteri libico Musa Kusa dichiarò in un’intervista che “c’è qualcosa di simile a un’invasione cinese del continente africano”.

Una “invasione” che aveva coinvolto anche la Libia. E che spiega anche il motivo per cui nei primi mesi di guerra le bande di predoni presero d’assalto proprio le aree dove lavoravano gli operai cinesi inviati dal governo. Operai,  decine di migliaia, che furono poi evacuati dalla Cina con un’operazione di salvataggio in cui furono coinvolti voli charter, navi della Cosco e da pesca. In quel momento, Pechino sembrava aver perso la Libia. Sembrava: perché le cose sono destinate a cambiare ogni volta.

E adesso, la Cina è intenzionata a riprendersi quello che la caduta di Gheddafi e la guerra sembravano averle tolto. Lo dimostra anche l’invito di una delegazione cinese alla conferenza di Palermo sulla Libia. Gli interessi cinesi in in Africa del Nord e nel Mediterraneo sono in crescita. E la Libia fa parte di questo grande schema di inserimento cinese in quell’area. E questo, a discapito anche delle altre potenze coinvolte nel conflitto.

L’obiettivo primario è, naturalmente, il petrolio. Il gigante asiatico ha una continua necessità di riempire le sue riserve, essendo un Paese enorme, con una domanda di carburante in continua crescita, ma poverissimo di risorse. Il Medio Oriente non garantisce che queste forniture siano continue: troppe le turbolenze nella produzione e nell’esportazione per avere il pieno controllo della situazione.

E in Libia, se ci sarà una definizione della guerra, la Cina può garantire soldi, tecnologie e accordi sulla ricostruzione. Uno schema già visto in altri Paesi e in cui Xi Jinping è maestro, visto che è anche così che sta costruendo la Nuova Via della Seta.

Ma questo ingresso cinese non sarà senza contraccolpi. Il Mediterraneo è appannaggio di Stati Uniti, Unione europea e Russia. E la Cina appare come un quarto incomodo, forse terzo, visto che l’Ue non è che una struttura formale in cui poi sono i vari interessi nazionali a prevalere. La conferenza siciliana sarà importante anche per capire che ruolo potrà avere Pechino.

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