Spesso ci riferiamo alla Cina definendo il suo sistema politico comunista. In realtà non è più così da un pezzo, perché anche oltre la Muraglia la stagione delle ideologie è terminata. I media internazionali, ingannati dall’economia, continuano ad appiccicare su Pechino etichette ormai non più consone alla nuova era inaugurata da Xi Jinping.

Una ritualità vuota

Certo, la ritualità comunista resta al suo posto. Il Partito Comunista Cinese rappresenta la fazione più grande e governa lo Stato senza alcun tipo di opposizione, eccezion fatta per le istanze di partiti minoritari satelliti dello stesso PCC. Falce e martello sono raffigurati sugli edifici istituzionali. L’incipit della Costituzione parla invece di “Stato socialista sotto la dittatura democratica popolare diretta dalla classe operaia e basata sull’alleanza degli operai e dei contadini”. La composizione politica del partito si rifà all’esperienza sovietica, con il Politburo e il suo Comitato Permanente nuclei fondanti del potere. Xi Jinping è il Segretario del Partito nonché Presidente della Cina e capo della Commissione Militare. Insomma, il vecchio alone comunista, almeno in superficie, sembra tenere.

Il comunismo è un lontano ricordo

Eppure il comunismo è solo un lontano ricordo, vivo per lo più nelle frange dei neomaoisti, i nostalgici dell’epoca di Mao. Quel periodo storico – mitizzato spesso oltre misura – in cui le disuguaglianze erano minori rispetto a oggi. I neomaoisti sono gli stessi che criticano le riforme economiche del Partito, l’apertura del mercato e, più in generale, l’intero solco tracciato da Deng Xiaoping. Xi Jinping è maoista per necessità. Il Presidente cinese non può cancellare l’ombra del Grande Timoniere, né può eliminare le decine di migliaia di contadini tutt’ora ancorati al maoismo. Alcuni modi di fare di Xi ricordano quelli di Mao, così come certe metafore e riferimenti. Ma la società cinese, oggi, è molto più complessa di 70-80 anni fa.

Qualcosa in cui credere

Il rebus da sciogliere è complicato. Il popolo cinese oggi è vuoto, non ha ideologie né qualcosa in cui credere. Finché la Cina era una potenza in netta ascesa, valeva per tutti il motto “arricchirsi è glorioso”. Ma quando lo sviluppo impetuoso e troppo rapido ha portato a alla luce gravi contraddizioni sociali, il meccanismo si è inceppato. Sempre più persone hanno lasciato le campagne per trasferirsi nelle megalopoli, e molte di queste non sono riuscite a svoltare come sognavano. A poco sembrava valere il precetto confuciano di rispettare la famiglia. Anzi, sempre più famiglie si sono frammentate nella rincorsa al denaro. Senza poter più credere nell’utopia maoista e avendo capito che non si vive solo per arricchirsi, il governo ha cambiato marcia.

Confucio, nazionalismo e capitalismo

Xi Jinping ha risolto l’equazione riesumando il confucianesimo. Questa particolare filosofia è stata in passato una sorta di religione di stato cinese. Con l’avvento di Mao, riti e pratiche collegate a essa furono soppressi. Ma la forma mentis confuciana non è mai stata cancellata ed è sempre rimasta nella testa dei cinesi. Xi ha preso alla lettera una delle massime di Confucio: “Studia il passato se vuoi prevedere il futuro”. E se ai tempi del confucianesimo la società cinese era armoniosa e il suo Impero temibile, è giusto riprendere quegli insegnamenti. Il rispetto per la famiglia, per i superiori, per l’Imperatore (oggi funzionari e presidente). Ma anche la lotta alla corruzione, il culto degli antenati. Tutto è giustificato da Confucio.

La narrazione di Xi

Xi non si è però fermato qui, perché con un’abile narrazione è riuscito a fondere confucianesimo e nazionalismo in salsa cinese. Per quanto riguarda l’economia, il governo utilizza il capitalismo come strumento per completare gli obiettivi del socialismo. Cioè fare in modo che più persone possibili escano dalla povertà e che lo Stato controlli i settori economici chiave. Per il momento la macchina funziona. Ma l’equilibrio è precario.