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È un momento delicatissimo per il Giappone. E non solo perché la nuova premier, la conservatrice di ferro Takaichi Sanae, si è ritrovata – o sarebbe meglio dire è finita – nel bel mezzo di un’antipaticissima e altrettanto pericolosa diatriba diplomatica con la Cina.

Ma anche per un’inflazione in aumento, per un certo malcontento popolare derivante dalla crescita dei prezzi dei beni alimentari e dell’energia, per l’indebolimento dello yen e, last but not least, per l’emergenza orsi che ha richiesto il dispiegamento dell’esercito in alcune zone caldissime.

Ci sarebbe abbastanza materiale per parlare di uno stato di crisi abbastanza grave, ma il Giappone è abituato a vivere in un’emergenza quasi perenne, soprattutto in ambito economico, ed è forse per questo che i toni dei media nazionali sono rimasti bassi.

Il dossier cinese, tuttavia, promette di non far dormire sogni tranquilli la signora Takaichi, erede politica di Shinzo Abe per niente intimorita di essersi messa contro Xi Jinping, incontrato poche settimane fa, in occasione dell’Apec, per parlare di come ”promuovere uno sviluppo sano e stabile delle relazioni sino-giapponesi”. Detto, fatto: l’entrata a gamba tesa della lady di ferro nipponica sulla questione Taiwan ha incrinato i rapporti tra Tokyo e Pechino.

Diplomazia in frantumi

Se Takaichi voleva testare i nervi della Cina su Taiwan, la missione è fallita miseramente. È infatti successo che la signora ha rilasciato dichiarazioni particolari su come il Giappone avrebbe risposto a un ipotetico attacco cinese a Taiwan, dichiarando che un blocco navale o altre azioni di Pechino contro Taipei potrebbero provocare una risposta militare giapponese.

Mai nessun primo ministro nipponico era mai arrivato ad essere così esplicito, e l’atteggiamento della neo eletta non è affatto piaciuto al Dragone, che ha subito chiesto, invano, a Takaichi di ritrattare le sue parole su Taiwan. A quel punto è partita la risposta cinese: prima attraverso una campagna mediatica volta a demonizzare la leader giapponese, poi con i suoi alti funzionari.

“Se il Giappone osasse tentare un intervento armato nella Stretto di Taiwan, sarebbe un atto di aggressione”, ha scritto il rappresentante permanente della Cina presso le Nazioni Unite, Fu Cong, in una lettera inviata al Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

Nel frattempo Pechino ha invitato i suoi cittadini a evitare il Giappone come meta turistica (si tratta di un flusso importante: 7,5 milioni di turisti cinesi tra gennaio e settembre del 2025) e ha inviato alcune sue navi da guerra nei pressi di territori marittimi storicamente contesi con Tokyo.

Economia e orsi

I dissidi con il Dragone avranno presumibilmente un impatto sull’economia del Giappone, visto che quello cinese è il secondo mercato di esportazione nipponico, con Tokyo che vende a Pechino per lo più attrezzature industriali, semiconduttori e automobili.

Nel 2024, secondo il database delle Nazioni Unite, il gigante asiatico ha acquistato beni nipponici per un valore di circa 125 miliardi di dollari: soldi che adesso rischiano di andare in fumo, a meno di una rapida diversificazione, e che in ogni caso graveranno sulla già stressata economia del Giappone.

L’inflazione è infatti in aumento (quella di fondo, che esclude i prezzi dei prodotti alimentari freschi, si è attestata al 3%), così come lo sono i prezzi di alimenti di base ed energia. Il governo guidato da Takaichi ha quindi approvato un pacchetto dal valore di 135 miliardi di dollari per rilanciare l’economia su due fronti: contrastando il carovita ma anche gettando le basi per futuri investimenti in settori strategici.

Mentre a Tokyo si parla di Cina, riarmo ed economia, nel Nord del Paese il Giappone è alle prese con l’emergenza orsi. A ottobre è stata registrata un’ondata di attacchi mortali senza precedenti nella storia da parte di queste bestiole: sette persone uccise (12 da aprile) e altre 88 sbranate. Anche l’esercito è stato mobilitato per contenere la minaccia.

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