Tutti i flussi turistici sono uguali, ma alcuni sono più uguali di altri; quelli provenienti dalla Cina, poi, si dà il caso che siano unici nel panorama mondiale in quanto, lungi dall’essere genuini, spesso e volentieri risultano essere eteroguidati dall’alto per simpatie/antipatie politiche e brame geopolitiche.

Nel repertorio della diplomazia del corteggiamento di Pechino, invero, oltre agli stadi in dono e alle cifre astronomiche strategicamente concesse in prestito ai clienti meno affidabili, figura anche il turismo, uno strumento che, in ragione della natura sui generis, nessun’altra potenza è stata (sinora) in grado di maneggiare.

La “militarizzazione” del turismo

Da quasi dieci anni – ovvero dal 2012 – la Cina è la centrale elettrica dell’industria turistica mondiale. I suoi turisti viaggiano e spendono più di chiunque altro, condizionando in maniera profonda, incisiva e determinante i mercati che scelgono di volta in volta; mercati che vengono selezionati con cura machiavellica dall’agenzia governativa per il turismo, la Guójiā lǚyóu Jú (CNTA, China National Tourism Administration).

I numeri dei flussi in uscita dall’impero celeste sono autoesplicativi: il denaro speso annualmente all’estero è cresciuto in maniera costante da inizio secolo ad oggi, passando dai 13 miliardi di dollari del 2000 ai 36 miliardi e 200 milioni del 2008, poi divenuti 258 miliardi nel 2019. L’incremento di spesa è l’ovvio riflesso di un aumento straordinario dei viaggiatori: 5 milioni e 300mila nel lontano 1997, saliti a 130 milioni nel 2017.

La CNTA svolge un ruolo-chiave nella gestione e nel direzionamento di questi flussi ciclopici in grado di nutrire o distruggere quelle economie basate sul turismo, specialmente quello proveniente da Pechino, in quanto controlla i pacchetti e le offerte delle agenzie turistiche operanti sul suolo nazionale. I diversi studi effettuati sull’argomento concordano: il moto di questa massa non è integralmente genuino, al contrario risente pesantemente dell’influenza esercitata dal corpo governativo.

In ragione della loro enormità e della facilità con cui è possibile gestirli, i flussi possono essere utilizzati dalla CNTA per risollevare l’economia in crisi di una nazione da corteggiare, per nutrire il ciclo espansivo di un partner prezioso e/o per creare dei legami di interdipendenza funzionali ad un leveraggio strategico al momento opportuno.

Il leveraggio punitivo

Il punto del leveraggio strategico è sicuramente il più importante tra quelli soprascritti. Difatti, se in un Paese i flussi (in arrivo da Pechino) raggiungono e superano la soglia della criticità, ovverosia contribuiscono in maniera pivotale alla sua industria turistica, da un loro brusco calo conseguirebbero dei danni immediati e dirompenti per l’economia reale risolvibili soltanto in un modo: negoziazione. Non si tratta di fantapolitica ma di realtà, perché episodi di leveraggio strategico del turismo sono stati osservati ovunque nel mondo: Israele, Turchia, Sud-Est asiatico, Taiwan, Corea del Sud, Giappone, e negli Stati Uniti durante l’era Trump.

Le potenzialità economicide del leveraggio strategico possono essere comprese realmente soltanto attraverso un’analisi quantitativa, cioè basata sull’esposizione e sulla lettura dei numeri. Fra il 2012 e il 2013, in concomitanza delle rinnovate tensioni sulle Senkaku, i flussi turistici verso Tokyo diminuirono del 24%. Similmente, Seul dovette affrontare una crisi turistica nel dopo-dispiegamento del Thaad a causa del dimezzamento degli ingressi da Pechino: dai sette milioni del 2016 ai tre milioni del 2017.

Il leveraggio di corteggiamento

L’area Medio Oriente e Nord Africa è entrata nel mirino della CNTA da quando la Belt and Road Initiative, volgarmente nota come la “Nuova Via della Seta”, è divenuta di dominio pubblico. Dall’Egitto alla Turchia, passando per gli Emirati Arabi Uniti, i flussi turistici provenienti dalla Cina sono aumentati in maniera costante e continuativa negli anni recenti. Nella sola Dubai, la capitale del turismo globale e globalizzato, la Cina rappresenta il quinto rifornitore di arrivi – dei 16 milioni e 700mila turisti entrati nel 2019, 989mila erano cinesi.

Il leveraggio strategico viene utilizzato ovunque la Cina abbia interessi da difendere, promuovere e perseguire, e non soltanto nell’instabile ma ascendente mondo musulmano: flussi turistici stanno venendo pianificati, ad esempio, per incidere positivamente sulle economie di Malesia e Filippine, Taiwan continua a rappresentare un caso sui generis di leveraggio costantemente flottante tra punizione e corteggiamento, e poi vi è la Russia.

Da quando Mosca e Pechino hanno siglato l’intesa cordiale del 21esimo secolo all’indomani di Euromaidan, il settore turistico russo è letteralmente fiorito grazie ai flussi eterodiretti dell’insospettabile partner strategico. Le cifre sono magniloquenti: la Federaziona russa è nella top-tre delle mete preferite dai turisti cinesi, ovvero dalla CNTA, gli ingressi annuali sono raddoppiati fra il 2014 e il 2019 – da 874mila a un milione e 883mila –, e l’impatto sull’economia reale è tangibile ed elevato – più di un miliardo di dollari di introiti nel solo 2019, cioè una spesa media pro capite di circa settecento dollari.

I fatti ivi illustrati sono la dimostrazione che gli Stati Uniti stanno contendendo lo scettro dell’egemonia globale con un rivale finanche più temibile dell’Unione Sovietica, poiché guidato da, e dotato di, una mentalità puramente strategica. Il potere militare si costruisce, l’influenza culturale è importante ma non fondamentale, e le diplomazie del denaro e delle infrastrutture sono alla portata di ogni potenza con a disposizione capitale da donare e/o da prestare e competenze di alta qualità su cui fare leva, ma la strumentalizzazione economicida di mezzi apparentemente innocui come il turismo rappresenta una dote più unica che rara. Questa è una tattica che soltanto gli eredi di Sun Tzu, allevati all’idea di vincere senza combattere, avrebbero potuto sviluppare e implementare con successo; gli Stati Uniti (e il resto del mondo) sono avvisati.