Cina, il rallentamento economico è un rischio per il Partito unico

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Sulla scrivania di Xi Jinping c’è una clessidra immaginaria che misura quanto manca al primo ottobre, data che la Cina intera aspetta con trepidazione. In quella giornata verrà celebrato il 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, e per l’occasione Pechino si vestirà a festa. Tra parate, sfilate, folle oceaniche plaudenti (e pure l’esibizione degli ultimi armamenti come monito agli Stati Uniti), il presidente cinese approfitterà dell’evento per accreditarsi ulteriore legittimità agli occhi della comunità internazionale e del suo popolo. Il problema è che Xi è alle prese con diversi nodi da sciogliere che rischiano di restare ingarbugliati in occasione della tanto attesa festa nazionale, con tutti i possibili contraccolpi per l’immagine del leader cinese.

Tra ombre oscure e timori

C’è molta attesa per il discorso che terrà Xi, che sottolineerà senza ombra di dubbio i numerosi successi economici, politici e militari conseguiti dalla Cina sotto la sua gestione. Il Dragone è cresciuto tantissimo e oggi insidia da vicino gli Stati Uniti in numerosi settori. Eppure non tutti all’interno della Muraglia sembrano essere così soddisfatti del modus operandi di Xi Jinping. Quando prese le redini del Partito comunista cinese nel 2012, il presidente cinese promise che il Pcc avrebbe tagliato importanti traguardi da lì a pochi anni. Tuttavia le sue promesse sono rimaste in sospeso a causa del rallentamento economico e delle tensioni con gli Stati Uniti in seguito alla guerra dei dazi. Come ha scritto Minxin Pei, professore ed esperto di questioni cinesi, molti membri del partito temono che il Pcc possa non sopravvivere da qui al 2049. Certo, Xi ha in teoria la strada spianata per il comando della macchina Cina ma il partito cinese si sta avvicinando a grandi passi verso una frontiera storica che incute timore. Dando un’occhiata alla storia, il Partito rivoluzionario del Messico è stato in carica 71 anni, il Partito comunista dell’Unione Sovietica ha governato 74 anni, il Kuomintang di Taiwan 73. Il regime nordcoreano, in sella da 71 anni, è l’unico competitor cinese.

Il nazionalismo non basta

La storia deve essere presa in considerazione ma c’è un altro aspetto del quale Xi dovrebbe preoccuparsi ed è la scomparsa progressiva delle condizioni che, dalla caduta del maoismo in poi, hanno consentito alla Cina di prosperare fino ad arrivare dove si trova oggi. Il contesto, ora, è ostile e la guerra commerciale con Washington è il primo campanello di allarme che dovrebbe far capire ai vertici del Pcc che la situazione è completamente cambiata rispetto ai decenni scorsi. Ci sono altri indicatori di pericolo, molti dei quali interni alla Cina stessa. Intanto Pechino non ha attuato le riforme necessarie a scuotere l’economia; in particolare sta mantenendo in vita inefficienti imprese statali, penalizzando al tempo stesso una buona parte di quelle private. Inoltre il partito di Xi ha abbandonato il pragmatismo del recente passato per abbracciare una rigorosa conformità ideologica, con il rischio enorme di possibili errori politici. Per evitare la debacle, Xi ha imbracciato l’arma del nazionalismo e iniziato a colpire duro i suoi rari avversari ma, avvisano gli esperti, potrebbe non bastare. Il nazionalismo potrà anche aumentare il sostegno nei confronti del Pcc nel breve periodo ma la sua spinta, alla lunga, si dissiperà in un nulla di fatto se il partito non riuscirà a garantire il continuo miglioramento degli standard di vita della popolazione.