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Il Corno d’Africa è sempre più al centro dei conflitti geopolitici globali. La sua posizione strategica, nel punto d’incontro tra il Golfo di Aden e il Mar Rosso, rappresenta un passaggio chiave dei traffici marittimi internazionali e uno dei centri nevralgici degli interessi economici che congiungono il Mediterraneo con i mari dell’Asia. Controllare il Corno d’Africa non è quindi essenziale per le sue risorse, ma significa avere il controllo sulle rotte commerciali più importanti del mondo e dove passerà il secondo braccio, quello navale, della Nuova Via della Seta, in altre parole la rete d’interessi della Cina del presente ma soprattutto del futuro. Proprio per la sua importanza, il Corno d’Africa è da anni al centro dell’espansionismo militare di tutte le potenze marittime mondiali, sia europee, sia americane sia asiatiche. Avere una postazione militare in questa regione consente di evitare che i pirati attacchino i cargo del proprio Stato e rende immune i propri partner commerciali da possibili ostacoli da parte di altre potenze. Se il Corno d’Africa è essenziale, non deve sorprendere che Gibuti si stia trasformando nella centrale militare del Corno d’Africa, dove le potenze fanno a gara per ottenere una base militare. E tra queste potenze, due in particolare hanno rischiato negli ultimi tempi di arrivare a un pericoloso incidente: Cina e Giappone.

Come riporta il quotidiano cinese in lingua inglese, South China Morning Post, una nave della Marina militare giapponese, in una data non resa pubblica, si sarebbe avvicinata a una nave della flotta cinese, attraccata nel porto che possiede la forza navale di Pechino nel Paese africano, ed ha inviato una squadra di sommozzatori per studiare da vicino l’unità della flotta avversaria. L’informazione è stata data dal procuratore cinese Jian Jamin, rappresentante legale per la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione dal dicembre del 2016 per l’area africana. In quell’occasione, Jamin diede ordine alle navi cinesi di prendere ogni misura necessaria per fermare “l’invasione dei sommozzatori” giapponesi, come definita da lui stesso, e ordinò di esercitare in piano il diritto di autodifesa. Jamin ha segnalato al quotidiano che, pur non essendoci stati atti violenti, il rischio è stato molto elevato, perché l’interesse in quell’area strategica del mondo sia da parte di Tokyo che da parte di Pechino è enorme.

Cina e Giappone sono da qualche tempo in aspro confronto per quanto riguarda il controllo del Corno d’Africa e delle basi di Gibuti, In questo, inevitabilmente, s’innesta il conflitto a largo raggio che Pechino e gli Stati Uniti hanno intrapreso per espandere le proprie rotte commerciali e fermare quelle altrui. Washington teme l’espansionismo commerciale cinese, che considera lesivo per la propria economia, e per questo utilizza tutta una cintura di alleanze in Oriente per riuscire a limitare la cavalcata dell’industria della Repubblica Popolare. Il Giappone, alleato degli Stati Uniti, è in prima linea in questo confronto, anche perché i suoi interessi economici contrastano con l’avanzata del mercato in mano ai cinesi. Proprio per questo motivo, la forza di autodifesa del Giappone ha iniziato da tempo una politica espansiva proprio a Gibuti per limitare il più possibile le capacità di Pechino di acquisire territori in quell’area. Il governo Abe sta aumentando notevolmente le spese militari del Giappone ed ha avviato una politica espansiva in Africa soprattutto per riuscire a minare il già avviato affondo della Cina in tutto il continente africano.

Nel 2016, il Giappone ha preso in possesso decine di ettari di terra a Gibuti per evitare che la Cina ci facesse una base militare. E la notizia di questo incidente diplomatico fra Pechino e Tokio non è stata data casualmente pochi giorni dopo l’annuncio dell’apertura della base militare cinese a Gibuti. L’arrivo dei cinesi in pianta stabile nel Corno d’Africa rappresenta un salto di qualità non irrilevante della geopolitica di Pechino, che passa dal puro espansionismo economico a un’influenza militare e politica. Gli Stati Uniti e gli alleati in Oriente, in particolare il Giappone ma anche la stessa India, temono fortemente questo salto di qualità, e Gibuti, o meglio Bab-el-Mandeb, può essere un laboratorio interessante dello spostamento del conflitto in altre aree del mondo. Spostamento che certificherebbe la fine della Cina come semplice potenza emergente ma la nascita di una vera e propria potenza cinese in grado di spostare i propri conflitti in ogni area del mondo.

 

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