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Una nuova campagna per affossare la corruzione. La Cina prosegue nella battaglia contro la disonestà e il malcostume dei dirigenti pubblici. Il governo cinese ha lanciato la Rete Celeste 2019, un’operazione destinata a colpire i funzionari corrotti che si nascono all’estero. Xi Jinping ha fatto della lotta alla corruzione uno dei suoi cavalli di battaglia, anche se non sempre i risultati sono stati soddisfacenti. Certo, la mannaia del presidente ha colpito diversi nomi noti, eppure la piaga continua a imperversare, soprattutto nelle città più interne e lontane da Pechino. Senza poi considerare le numerose critiche che la comunità internazionale ha mosso a Xi, accusato di aver utilizzato il pretesto della corruzione per rimuovere personaggi sgraditi da cariche importanti.

La guerra del governo ai furbetti

Andiamo a dare un’occhiata ai numeri per meglio capire l’entità della campagna anticorruzione cinese. L’operazione parte ufficialmente nel 2012, alla conclusione del diciottesimo Congresso Nazionale del Partito Comunista cinese, lo stesso che ha nominato Xi Jinping nuovo Segretario del medesimo partito. L’intensità della lotta ai furbetti aumenta l’anno successivo, nel 2013, quando Xi diventa Presidente e gli arresti salgono ancora. Si stima fino a oggi siano stati puniti 1,5 milioni di funzionari, tra arresti e sanzioni minori. Ben oltre 100mila persone sono finite dietro le sbarre. Sindaci, militari d’alto grado, esponenti politici a livello nazionale. Nessuno è stato risparmiato. Si va dal famoso politico Zhou Yongkong a più di 50 generali dell’Esercito di Liberazione Popolare, fra cui esponenti della Commissione Centrale Militare.





La situazione è peggiorata?

Nonostante la radicale cura di Xi sembrerebbe che in Cina la corruzione sia rimasta inalterata, o peggio aumentata. Almeno a giudicare dal Corruption Perceptions Index (CPI), un indice annuale sulla trasparenza degli Stati stilato da Transparency International. Nella classifica relativa al 2018 la Cina è scesa all’87esimo posto, perdendo ben dieci posizioni rispetto al 2017. Bisogna comunque aggiungere che alcuni commentatori hanno dei dubbi sui criteri adottati dall’organizzazione.

Le quattro narrazioni anticorruzione di Xi

In ogni caso il presidente cinese lo scorso dicembre ha definito la sua campagna un successo straordinario. Ma approfondendo la questione si nota come Xi abbia più volte cambiato strategia comunicativa per riferirsi alla corruzione. Segno di qualche difficoltà a convincere il popolo. Rileggendo i discorsi del leader si possono rintracciare quattro narrazioni anticorruzione differenti. Inizialmente Xi Jinping ha richiamato le norme confuciane. Lealtà, responsabilità e moralità per tutti, Partito compreso. In un secondo momento ha parlato di dinastie che cambiano, che falliscono se non si mantengono corrette. Una sorta di allarme per i funzionari negligenti. Come a dire che se l’amministrazione è corrotta allora la Cina stessa potrebbe fallire. Lo ha dimostrato la storia, lo ha ripetuto Xi ai suoi. Nella terza fase il presidente si è ricollegato alla legittimità del Partito, connessa al buon andamento dell’economia. Con la corruzione, questo patto sociale rischia di saltare portando con sé conseguenze nefaste. L’ultima e la più recente narrazione è inerente al Sogno Cinese. Una Nazione dinamica come la Cina, futura protagonista globale, non può ospitare casi di corruzione. Per assicurarsi un futuro radioso i funzionari devono remare nella direzione corretta.

La Rete Celeste 2019

Xi Jinping è un abile narratore ma ha finito le cartucce per descrivere la situazione interna. Le parole del Presidente fanno presa nelle persone ma non ci sono più conferme concrete a supporto della campagna. Ecco perché il governo si è spostato sulla lotta alla corruzione internazionale. La Rete Celeste 2019, come spiega Xinhua, è una campagna condotta contemporaneamente da più organi: il Ministero della Pubblica Sicurezza, la Corte Suprema del Popolo e il Comitato di Stato per la Supervisione. L’obiettivo è catturare i funzionari corrotti fuggiti all’estero. Nel mese di aprile 2015 la Cina aveva già adottato una campagna simile, che portò buoni risultati. Nell’occasione il Dragone ha ritrovato oltre 4800 sospetti coinvolti in casi di corruzione sparsi in più di 120 Stati. Pechino è tuttora in trattativa con questi Paesi per chiedere la loro estradizione. Ma presto si aggiungeranno altri furbetti da punire.

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