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Nei giorni scorsi, mentre gli esperti stavano cercando di capire quale fosse l’origine del focolaio di Covid scoppiato a Pechino nel mercato di Xinfadi, la Cina bloccava le importazioni del salmone dall’estero. Senza alcuna conferma scientifica, si era infatti diffusa la voce che a far scoppiare l’epidemia nella capitale fosse stato il salmone in vendita all’interno dell’ingrosso cittadino.

L’ipotesi, avanzata da alcuni media e funzionari, si era subito diffusa a macchia d’olio sul web cinese, provocando una sorta di psicosi. Secondo quanto riferito dal Beijing Daily, le principali catene di supermercati del Paese, tra cui Wumart e Carrefour, erano arrivate al punto di rimuovere tutte le scorte di salmone dai loro scaffali. Nel weekend appena trascorso, alcuni ristoranti di Pechino sono arrivati al punto di non servire salmoni nel loro menù. E i sushi giapponese? Non potendo rimuoverlo dai loro piatti, questi esercizi pubblici sono rimasti vuoti.

Guerra al salmone

Anche se la storia del salmone era – per quanto ne sappiamo – soltanto una voce, la Cina non ha voluto attendere conferme o smentite. Come ha scritto Reuters, il gigante asiatico ha interrotto le importazioni dai fornitori europei di salmone per paura di un loro presunto collegamento al focolaio di Covid riscontrato nel mercato di Xinfadi.

Norway Royal Salmon e Bakkafrost, due delle aziende che erano solite inondare la Cina di salmone, hanno annunciato di aver interrotto tutte le vendite. Il motivo di una simile crociata contro il salmone è semplice: sono state ritrovate tracce di virus sopra un tagliere usato per preparare il pesce in questione. Un indizio un po’ debole, visto che altre tracce di Sars-CoV-2 sono state rinvenute un po’ in tutto il mercato.

Fatto sta che in un primo momento sembrava che l’untore fosse il salmone importato dall’Europa. Ricordiamo infatti che Pechino importa salmone congelato da diversi Paesi, tra cui Cile, Isole Faroe, Canada, Australia e Norvegia. E che il giro d’affari cinese che ruota attorno a questo pesce ha superato i 700 milioni di dollari. Non solo: le importazioni di salmone del Dragone ammontano al 5% delle importazioni globali.

La posizione della Norvegia

A proposito di Norvegia, Oslo è scesa in campo per difendere il suo salmone dopo che la Cina lo aveva indicato come possibile causa del nuovo focolaio di coronavirus. “Il problema è stato risolto”, ha dichiarato il ministro norvegese della Pesca, Odd Emil Ingebrigtsen, citato da Tdn Finans. “Oggi stiamo elaborando i dettagli e posso confermare che il problema sembra risolto”, ha aggiunto Ingebrigtsen. L’esponente di governo ha riferito che funzionari cinesi e norvegesi si sono incontrati e hanno concluso che è improbabile che il salmone norvegese sia la fonte del virus rilevato la scorsa settimana nel mercato di Pechino. “Siamo in grado di eliminare l’incertezza e l’interruzione delle esportazioni di salmone in Cina”, ha aggiunto il ministro.

La nuova ondata di contagi si ritiene, almeno “in via preliminare”, sia stata “provocata dalla trasmissione da uomo a uomo” o da “un’infezione dovuta alla contaminazione di articoli e ambiente“, ha detto ieri sera Chen Bei, numero due del governo municipale di Pechino, come riferito dall’Adnkronos. Dall’11 al 16 giugno i dati ufficiali parlano di 137 contagi accertati. Per Shi Guoqing, vice direttore del Centro d’emergenza del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie citato dall’agenzia ufficiale Xinhua, non ci sono prove per incriminare il salmoneSalmone “contaminato” – ha detto – è stato trovato in alcuni siti interessati del mercato di Xinfadi, ma non è stata rilevata la presenza di coronavirus nel salmone prima dell’arrivo nelle aree contaminate.

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