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El Salvador rompe con Taiwan e riconosce che esiste una sola Cina, quella di Pechino. Fino a qui una notizia che potrebbe apparire tutto sommato secondario. Ma se definita all’interno delle difficili relazioni fra Cina e Stati Uniti, l’evento assume un significato totalmente diverso. Perché rappresenta un ulteriore tassello all’interno del mosaico di Pechino per inserirsi nel “cortile di casa” di Washington,. e cioè l’America centrale e meridionale.

Gli Stati Uniti sono preoccupati. La rottura dei rapporti fra El Salvador e Taiwan arriva infatti nel momento più delicato della sfida economica e politica con il gigante cinese. I dazi di Donald Trump sono solo uno dei grandi temi su cui si scontrano le due superpotenze. E la sfida diventa anche strategica, per strappare (o mantenere) il controllo su determinati Stati.

La preoccupazione americana è racchiusa nelle recenti dichiarazioni dell’ambasciatrice Usa presso lo Stato centroamericano, Jean Manes, che su Twitter ha più volte denunciato il rischio di queste nuove relazioni fra El Salvador e la Cina. Una preoccupazione che dimostra come Washington consideri assolutamente prioritario che Pechino e Americano restino distanti, allontanando ogni possibile tentativo di penetrazione cinese nell’area

EE.UU está analizando la decisión de #ElSalvador. Es preocupante por muchas razones, entre las que se incluye romper una relación de más de 80 años con #Taiwán. Sin duda, esto impactará nuestra relación con el gobierno. Seguimos apoyando al pueblo salvadoreño.

— Jean Manes (@USAmbSV) 21 agosto 2018

Parole non troppo diverse da quelle pronunciate da uno dei portavoce del Dipartimento di Stato americano, dopo la decisione del governo centroamericano di riconoscere la Cina. “Sebbene riconosciamo il diritto sovrano di ogni Paese a determinare le sue relazioni diplomatiche, siamo profondamente delusi da questa decisione“. “Stiamo rivedendo i nostri rapporti con El Salvador in seguito a questa decisione”. 

Il nodo del porto di La Union

Come riporta il South China Morning Post, già il mese scorso l’ambasciatrice Manes aveva avvertito delle intenzioni della Cina di trasformare il porto commerciale di La Union, nella parte orientale del Salvador in una “base militare”. Una possibilità più volte negata dallo stesso governo centroamericano, che ha anzi confermato il fatto che quel porto non abbia alcuna destinazione bellica. 

Il porto de La Union è uno dei grandi nodi infrastrutturali del piccolo Paese americano. Costato circa 200 milioni di dollari, il porto continua a essere offerto dal governo salvadoregno ma senza trovare compagnie disposte a pagare per il suo affitto, come avviene in molte aree portuali del mondo. Per anni, le aste sono andate deserte e il Paese, non certo economicamente florido, vede le possibilità di guadagno ridursi drasticamente.

Il porto è rimasto in gran parte deserto da quando è stato completato nel 2008, e in larga misura è dovuto alla mancanza di traffico marittimo, che ha reso difficile trovare investitori. Il problema è che l’economia dello Stato si fonda sull’export di caffè, zucchero, tessuti e abbigliamento e dall’assemblaggio di beni intermedi. E con un terzo della popolazione sotto la soglia di povertà, avere un’area portuale completamente non sfruttata è un handicap molto grave che va risolto al più presto.

Nelson Vanegas, presidente della Commissione portuale, ha dichiarato a luglio che c’erano almeno tre compagnie interessate a gestire il porto. Una di queste era cinese. E il fatto che questa notizia sia giunta proprio in concomitanza con la rottura tra il Paese e Taiwan, ha fatto sì che si alimentassero i sospetti sui desideri di Pechino. 

La proposta cinese a El Salvador

Il ministro dell’Economia del Salvador, Luz Estrella Rodriguez, ha confermato l’interesse cinese nel porto, aggiungendo anche che l’interesse è rivolto a tutta la rete infrastrutturale del Paese. La cinese Citic Group, in particolare, è pronta a investire non solo nel porto, ma anche nell’aeroporto internazionale e nella rete ferroviaria.

I deputati filo-americani e gli Stati Uniti stessi temono però che l’interesse nel porto non sia soltanto a livello economico, ma anche militare. Secondo Washington, Xi Jinping è alla ricerca di basi militari anche in America, e sfrutta l’acquisizione dei porti in chiave commerciale per tramutare i legami economici in strategici. Una possibilità che però non sembra, nell’immediato, possibile. Difficile che Pechino si inserisce a livello militare in una regione già ricolma di basi statunitensi.

Come spiegato da Collin Koh, esperto della S Rajaratnam School of International Studies di Singapore, sarebbe inverosimile dire che Pechino consideri i porti come “potenziali basi”. “Costruire una base in questa regione può correre il rischio di provocare una risposta americana più forte, anche se possiamo ancora nutrire l’idea dell’accesso occasionale alle strutture portuali da parte della Marina dell’esercito popolare di liberazione”.

Ecco, più possibile che questi porti vengano comunque predisposti, all’occorrenza, come in grado di gestire l’arrivo di imbarcazioni militari o che siano l’inizio di visite ufficiali di navi della flotta cinese a El Salvador. Ma già questa possibilità, per gli Stati Uniti, è non è affatto un problema secondario. La penetrazione di Pechino in America centrale e meridionale è un fatto ormai evidente, come scrivemmo su questa testata a seguito della notizia della base radar cinese in Argentina. E l’impressione è che la Cina abbia le capacità, soprattutto economiche e finanziarie, per strappare lentamente questa regione dal controllo di Washington

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