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Dietro l’immagine di armonia interetnica che Pechino diffonde sulla regione autonoma dello Xinjiang, si nasconde un meccanismo di “integrazione selettiva”: inserire gli uiguri nella società Han solo quando serve allo sviluppo economico e alla propaganda di unità nazionale, colpendone invece la leadership culturale e intellettuale ritenuta potenziale fonte di separatismo.

Dallo “sviluppo” alla repressione sistematica

Dopo le rivolte di Ghulja (1997) e Urumqi (2009), la politica cinese è passata dalla promessa di autonomia alla strategia della sicurezza totale. Con Xi Jinping e la “guerra del popolo al terrorismo” lanciata nel 2014, la religione e le tradizioni uigure sono state bollate come minacce. La svolta del 2016 con Chen Quanguo, già noto per i metodi repressivi in Tibet, ha introdotto sorveglianza capillare, campi di internamento e 380 strutture di detenzione. Dal 2017 a oggi si stima siano passati in questi centri tra 1 e 3 milioni di uiguri e altri musulmani turchi.

Pechino promuove programmi di rilocazione e urbanizzazione spingendo gli uiguri verso le metropoli costiere e i settori manifatturieri e tecnologici. Si parla di scambio culturale e riduzione del terrorismo, ma le politiche linguistiche – con il mandarino imposto a scapito dell’uiguro – e i VETC, presentati come centri di formazione professionale, hanno di fatto favorito la diluizione culturale e lo sfruttamento di manodopera a basso costo.

L’attacco all’élite culturale

Il vero cuore della repressione è la neutralizzazione della classe intellettuale uigura: circa 500 tra studiosi, scrittori, artisti e leader comunitari sono stati arrestati o fatti sparire. L’economista Ilham Tohti, oggi all’ergastolo, è il simbolo di una strategia volta a “spezzare la linea genealogica” del popolo uiguro, privandolo di guide morali e politiche.

Reazioni internazionali diseguali

  • Pechino respinge le accuse di genocidio, rivendicando stabilità e lotta al terrorismo e accusando l’Occidente di “menzogne per contenere la Cina”.
  • Occidente e ONU parlano di crimini contro l’umanità, impongono sanzioni e boicottaggi, mentre ONG come HRW e Amnesty documentano torture e cancellazione culturale.
  • Nel mondo musulmano prevale il silenzio, frenato dal peso economico della Belt and Road Initiative, salvo l’attivismo del World Uyghur Congress.

Dimensione strategica e geoeconomica

Il modello di Pechino è una forma di “repressione innovativa”: unire crescita economica e controllo etnico per neutralizzare ogni rischio secessionista in una regione cruciale per rotte energetiche e corridoi della Nuova Via della Seta. La stabilità ottenuta è però fragile: l’erosione identitaria rischia di alimentare rancori sotterranei e di aggravare l’isolamento internazionale della Cina, mentre l’impatto demografico – calo delle nascite, milioni di anni-carcere cumulati – compromette la coesione a lungo termine.

Conclusione: un equilibrio illusorio

La politica cinese nello Xinjiang mostra come integrazione economica e inclusione sociale siano usate come strumenti di dominio. L’apparente pacificazione nasconde costi umani e reputazionali elevati: Pechino rafforza il controllo interno ma espone il Paese a nuove fratture etniche e a tensioni con l’Occidente. La partita sul destino degli uiguri resta un banco di prova per capire fin dove la Cina di Xi Jinping è disposta a spingersi pur di salvaguardare l’unità dello Stato e il suo progetto di potenza globale.

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