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La guerra non provoca effetti solo all’interno dei confini dell’Ucraina o nei Paesi direttamente coinvolti. Il conflitto è infatti un vero e proprio acceleratore storico, in cui fenomeni che ritenevano rallentati, finiti o sostanzialmente posticipabili si ritrovano adesso a essere percepiti non solo come più concreti ma anche impellenti.

Il Fondo Monetario Internazionale, in una prima analisi sugli effetti economici del conflitto ucraino, ha parlato di un “duro colpo” alle prospettive di crescita globali paragonando le conseguenze della guerra in Ucraina a “onde sismiche emanate dall’epicentro di un terremoto“. La metafora è utile anche per altri effetti che può sortire questa guerra e che riguardano in particolare un nuovo rafforzamento dei blocchi, con una polarizzazione che diventa sempre più evidente. Finito il tempo degli equilibrismi, l’impressione è che questa guerra abbia in qualche modo accelerato anche il posizionamento strategico di alcuni Stati, la sfida tra superpotenze, con addirittura il pericolo – sottolinea proprio l’Fmi – che anche l’economia mondiale si strutture in aree geopolitiche ben definite. Cosa che a detta del Fondo rappresenterebbe una sorta di “spostamento tettonico”.

Gli effetti non li vedremo probabilmente nel brevissimo termine, ma è certo che questa guerra, tornando appunto alla metafora delle onde sismiche, inizi ad avere ripercussioni sempre più estese, seppure ovviamente in forma diversa rispetto alla lontananza dall’epicentro. Dal punto di vista della lotta tra le grandi potenze, per esempio, è possibile osservare già da ora un processo di rinnovamento di alleanze, partnership e rivalità, con l’accensione di nuove sfide. L’Europa, campo di battaglia più che protagonista di questa nuova crisi internazionale, è già adesso percorsa da faglie che si vanno via via scavando all’interno del proprio territorio. E se la Russia, con la guerra scatenata in Ucraina, ha ampliato il solco che la divideva dall’Unione europea, gli Stati Uniti possono invece ritenersi soddisfatti per essere riusciti a ricompattare un blocco, quello Nato, che dopo la ritirata dall’Afghanistan appariva destinato a una graduale polverizzazione. Un primo effetto della guerra in Ucraina, dunque, è stato quello di concedere alla Casa Bianca l’opportunità di blindare il blocco occidentale sfruttando la richiesta di sicurezza che molti Paesi a questo punto ritengono impellente, e non più una semplice ipotesi di scuola. La possibile adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, unita al rafforzamento dei contingenti atlantici in Europa orientale e nei Paesi baltici è un segnale eloquente. Ma in generale è possibile scorgere dall’inizio del conflitto una sostanziale conquista del palcoscenico da parte della Nato e degli Stati Uniti rispetto agli equilibrismi tipici dell’Ue.

Il rafforzamento del legame tra Europa e Stati Uniti ha però una doppia interpretazione. Il più immediato è certamente quello che riguarda il confronto con la Russia, potenza che per molto tempo è stata considerata eccessivamente ambita dalle forze europee desiderose in particolare di fare affari sul fronte energetico. Ma c’è un’altra lettura che può essere fatta su questo rinnovato assetto strategico europeo fortemente sospinto dal vento atlantico. Perché se è vero che Mosca è l’avversario diretto e considerato evidentemente più urgente dai comandi occidentali, è Pechino il vero avversario strategico di Washington e, in seconda battuta, di Bruxelles. E questo è particolarmente importante perché, se è vero che attualmente tutto appare orientato a frenare le ambizioni russe, altrettanto vero è che una volta terminato questo conflitto dell’Ucraina, il blocco occidentale risulterà comunque blindato e ben più legato agli interessi statunitensi. E questo implica che i progetti economici ed infrastrutturali cinesi, in larga parte volti ad arrivare al cuore industriale e commerciale dell’Europa, potrebbero subire una decisiva frenata.

La Cina può certamente vantare accordi economici rilevanti e partner strategici da non sottovalutare. In primis l’Ungheria di Viktor Orban, apparso già restia a schierarsi totalmente contro Putin, ma anche la Serbia, con cui Pechino ha importanti accordi di carattere militare. Tuttavia, quello che in questo momento teme la Repubblica popolare è che lo sganciamento dell’Ue dalla Russia e l’avvento di una nuova fase “atlantista” possa condurre non solo all’isolamento di Mosca, ma anche ledere i propri interessi in Europa, specialmente perché considerata alleata a tutti gli effetti del Cremlino. Non a caso, scrive Repubblica, Xi Jinping ha spedito nel continente “Huo Yuzhen, rappresentante speciale del Dragone per Est e Centro Europa, che sarà nella Repubblica Ceca, in Slovacchia, Ungheria, Croazia, Slovenia, Estonia, Lettonia e Polonia”. Come scrive Agi, sul South China Morning Post è apparso un commento di Wang Yiwei, docente di Studi Europei all’Università Renmin di Pechino, in cui l’autore spiega che il viaggio serve “chiarire cosa sia esattamente la relazione tra Russia e Cina, che Cina e Russia sono Paesi differenti, e infine quale sia la posizione della Cina sul conflitto tra Russia e Ucraina“.

Il tour di Huo Yuzhen non è dei più semplici. Il blocco occidentale appare in questa fase molto più granitico e molti di questi Paesi intrattengono con Pechino rapporti difficili, fra tutti i Paesi baltici che, quali avamposti Nato al confine con la Russia, si sono rivelati anche particolarmente critici nei confronti della Cina. Basti pensare che già a fine 2021 il governo cinese ha comunicato di aver “declassato” le relazioni con la Lituania perché Vilnius ospita una rappresentanza diplomatica di Taiwan. Date queste premesse, è chiaro che se per gli Stati Uniti il vero avversario strategico è la Cina, allora non può limitare l’azione in Europa al solo problema della Federazione Russa. I riflettori sono puntati sull’Europa per quanto riguarda i rapporti tra Russia e Usa e su Taiwan e il Pacifico per quelli tra Pechino e Washington. Ma la sfida in questo caso è mondiale, e se l’obiettivo della Cina era quello di raggiungere e legare a sé l’Europa, è chiaro che il Cremlino sia solo una parte del problema americano per io Vecchio Continente. L’ampliamento del ruolo della Nato può essere un deterrente non solo per le azioni russe, ma anche per la penetrazione dell’ex Impero celeste. E non è un caso che anche i britannici abbiano ribadito la necessità limitare non solo le attività di Mosca, ma anche quelle di Pechino.

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