Fino ad oggi le due superpotenze del Terzo Millennio ci hanno abituati a scontri diplomatici, guerre commerciali e controllo dei mari. Ma c’è un altro elemento che in questo 2020 emerge dall’analisi delle relazioni estere dei due Paesi: Washington e Pechino sono alle prese con uno strano Risiko, ove le pedine sono state sostituite dalle ambasciate all’estero.
La Cina sorpassa gli Usa
Luoghi di mediazione, rifugio, contrattazione, le ambasciate costituiscono un segno di prestigio dalla notte dei tempi. Aprire un’ambasciata in un luogo soleva sottolinearne il riconoscimento politico e giuridico, avviando la normalizzazione dei rapporti con questo o quel Paese. Allo stesso tempo, chiudere un’ambasciata implicava un gesto di ritorsione, una cesura nel dialogo e nei rapporti con una nazione un tempo amica. Non è un caso, infatti, che le ambasciate siano sempre i primi luoghi ad essere attaccati in caso di rivolte o conflitti armati.
Secondo il Global Diplomacy Index pubblicato dal Lowy Institute, nel 2017 gli Stati Uniti facevano registrare il maggior numero di ambasciate e consolati (273), seguiti da Cina (268), Francia (266), Russia (242), Giappone (229), Turchia (229), Regno Unito (225) Germania (224) e Brasile (221). Quasi tre anni dopo la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti per numero di rappresentanze diplomatiche all’estero: 276 contro 273. Cosa significa questa corsa all’ambasciata? Non necessariamente un superamento in termini di potenza militare ed economica, ma certamente riflette quello che è il nuovo corso internazionale di Pechino.
Africa, America latina e Pacifico: le “medaglie” cinesi
Negli ultimi due anni Pechino non si è limitata a coltivare rapporti solo con i tasselli della Via della Seta. Sono ormai arcinoti i suoi piani in Africa, per cui non sorprende come negli ultimi anni Burkina Faso e Gambia siano stati l’obiettivo delle nuove missioni diplomatiche cinesi.
Nel primo caso, la nazione ha sempre avuto rapporti altalenanti con la Cina e non sorprende che l’avvio dei rapporti diplomatici sia arrivato in seguito alla rottura con Taiwan, avvenuta nel 2015. La conferma che, ancora una volta, la questione delle due Cine non si è conclusa con la fine della Guerra Fredda. La nazione africana si era vista rifiutare l’ennesima richiesta di aiuti da parte di Taiwan: nottetempo, Pechino corse in soccorso offrendo sul piatto delle trattative un nuovo ospedale nella seconda città del Burkina Faso e di farsi carico di tutti i progetti basati sugli aiuti taiwanesi. L’altra ragione dell’apertura dei rapporti riguarda la sicurezza del Sahel: rinnegare Taiwan è stato l’obolo che Ouagadougou ha dovuto pagare per ottenere il supporto cinese nel meccanismo di cooperazione del G5 Sahel Joint Force. Meccanismo simile per il Gambia. Dopo la rottura del Paese con Taiwan, nell’agosto 2017 la Cina offrì prontamente sostegno in infrastrutture, agricoltura e turismo, il che equivalse immediatamente all’apertura delle sedi diplomatiche necessarie. Un rapporto che, oggi, appare saldissimo: nonostante le accuse di aggressione ambientale contro le opere cinesi, il Gambia, nel giugno scorso, è stato uno dei 53 paesi che hanno sostenuto la legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong presso le Nazioni Unite.
Oltre queste due importanti missioni diplomatiche inaugurate in Africa, la Cina ha da tempo messo gli occhi sul “cortile di casa” americano. La più grande mostrina sul petto cinese è senza dubbio Santo Domingo, che ha avviato relazioni diplomatiche con la Cina nel maggio del 2018, in seguito al divorzio con Taipei dopo 77 anni. Con un’economia tendenzialmente in crescita, il Paese caraibico continuava a registrare Pechino come il proprio secondo partner commerciale. Più di 3 miliardi di dollari, da investire in progetti infrastrutturali, una nuova superstrada e una nuova centrale termoelettrica a gas naturale hanno poi fatto il resto. L’altro colpo grosso è stato Panama, che dopo il solito refrain dell’abbandono di Taiwan, ha accolto i diplomatici cinesi: così, la Via della seta marittima e Huawei hanno iniziato lentamente a penetrare in quello che fu un fiore all’occhiello della diplomazia Usa di cento anni fa.
Ma l’offensiva diplomatica cinese (oltre a quella militare) non risparmia nemmeno il Pacifico. Nelle sue placide acque, le isole Salomone avevano coltivato un rapporto trentennale con Taiwan, per poi cambiare bandiera proprio lo scorso anno e guadagnarsi una nuova sede diplomatica cinese. Proprio qui il China Sam Enterprise Group avrebbe ottenuto il controllo quasi esclusivo della piccola isola di Tulagi per le proprie attività. Sulla stessa lunghezza d’onda Kiribati, ove un anno fa la scelta di Pechino in luogo di Taipei aprì una profonda crisi politica. Perché tanta smania di avere una rappresentanza qui? È presto spiegato: Kiribati ha ricevuto circa 4,2 milioni di dollari dal governo cinese per vari progetti ed è sede di una stazione di tracciamento spaziale cinese. Last but not least, l’Isola di Natale, che fa parte dell’arcipelago, dista poco più di duemila chilometri da Honolulu, sede del Pacific Command americano.
E gli Usa?
Sebbene il divario tra le due potenze sia minimo, nella gara all’ultimo ambasciatore Washington mostra stanchezza e disinteresse. Tuttavia, la riduzione progressiva del budget del dipartimento di Stato dimostra come il rallentamento della corsa diplomatica possa avere anche ragioni di spending review più che di politica estera, dopo quasi vent’anni di turbolenze.
A leggere bene i dati, però, emerge un dettaglio che lascia agli Usa un primato importante. Sebbene il numero di ambasciate sia quasi lo stesso (169 a 168) le due nazioni differiscono per numero di consolati (96 per la Cina e 88 per gli Usa). Da definizione, i consolati non hanno lo stesso valore politico e diplomatico delle ambasciate. Un’ambasciata è una missione diplomatica generalmente situata nella capitale di un altro Paese che offre una gamma completa di servizi, compresi i servizi consolari. Ambasciatori e consoli, dunque, non hanno la stessa forza diplomatica, essendo i primi rappresentati unici in uno Stato straniero: la predilezione cinese per la soluzione consolare, pertanto, potrebbe essere la prova di un soft power dilagante ma di una diplomazia più debole.
Una questione apparentemente di lana caprina che, tuttavia, potrebbe ancora segnare un pari merito tra i due giganti del XXI secolo.