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Se quella tra Cina e Russia rappresenta la nuova alleanza geopolitica in incubazione nel contesto globale, la coppia Cina-India è invece stata la grande smentita per coloro che nei due decenni passati hanno parlato di Cindia, ovvero del paradigma che vedeva i due giganti asiatici destinati a plasmare, in sinergia, un nuovo ordine in Asia. Profezia fondata sul mero dato economicistico che plagiò diversi analisti (anche tra i più quotati) a cavallo tra fine XX e inizio XXI secolo e seconda solo in distanza della realtà all’idea del G2, la (nomen omen!) cosiddetta Chimerica che sarebbe sorta dalla convergenza tra Cina e Stati Uniti a potenze intente a guidare comunemente l’ordine mondiale.

Le promesse disattese sono state direttamente proporzionali alla divergenza tra i risultati che hanno contraddistinto i percorsi di Cina e India. Pechino si è gradualmente costituita come potenza di rango globale, ha plasmato la Nuova via della seta come progetto sistemico per il rilancio della sua influenza, ha di fatto eradicato la povertà assoluta. Nuova Delhi è stata a lungo accreditata come “nuova Cina” del futuro, ma tra disuguaglianze, ritardi nella costruzione di un percorso inclusivo di sviluppo e contraddizioni irrisolte sul fronte interno non ha potuto mantenere le potenzialità.

Si è, nel frattempo, rinfocolata la contrapposizione geopolitica, estesasi dalle tradizionali aree di confronto nei confini terrestri tra i due giganti asiatici agli spazi oceanici dell’Indo-Pacifico, che Nuova Delhi teme possano essere egemonizzati dai piani di Pechino per la connettività commerciale e a cui l’India ha reagito plasmando un asse sempre più stretto con Paesi come Stati Uniti, Giappone, Australia.

Competizione e rivalità sono solo due degli elementi che contraddistinguono la coppia indo-cinese. Perennemente in bilico tra inimicizia sistemica e spinta alla ricerca di un modus vivendi. Nella consapevolezza che gli spazi di riferimento comune vivono dell’interconnessione con le dinamiche politiche legate a Pechino e Nuova Delhi. E che molto sarà deciso dalle traiettorie delle due potenze sul medio-lungo periodo.

La Cina del futuro

Un ‘ipotetica previsione su ciò che potrebbero diventare Cina e India nel prossimo futuro rischia oggi di assomigliare molto a una gara a senso unico. Dando uno sguardo agli ultimi indicatori socio-economici, tutti gli indizi lasciano presagire rose e fiori per la controparte cinese e un enorme punto interrogativo per l’Elefante indiano. Nuova Delhi ha fallito una prima volta, all’alba del XXI secolo, l’appuntamento con il treno della modernizzazione. E adesso deve fare i conti con un evidente svantaggio, soprattutto nell’inevitabile confronto con il rivale cinese. L’esperimento Cindia, cioè l’immensa regione occupata da Cina e India che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo guida dell’Occidente, si è dissolto come neve al sole.

Mentre la Cina ha sfruttato al meglio l’assegnazione delle Olimpiadi del 2008 per entrare a tutti gli effetti nella “nuova era”, l’India si è persa nei meandri del suo inefficiente sistema politico, tutt’ora incapace di placare le tensioni sociali, religiose e culturali che attanagliano il Paese e altrettanto inadatto a creare quella classe media che fungerebbe da zoccolo duro per la rinascita indiana. Dovessimo fare un confronto superficiale, potremmo dire che la Cina è riuscita a omogeneizzare i suoi successi più o meno su tutto il proprio territorio. Al contrario, l’India è riuscita a creare soltanto “cattedrali nel deserto”, ovvero eccellenti poli industriali distaccati dal resto della nazione; in altre parole, tanti piccoli mondi a parte scissi dai villaggi più remoti, spesso ancora privi delle più elementari infrastrutture e servizi per i cittadini.

I nuovi paradigmi cinesi

Per capire quale forma assumerà la Cina del futuro è utile dare un’occhiata alle decisione prese nell’ultima riunione annuale plenaria del parlamento cinese (Due Sessioni). In quell’occasione sono state definite le politiche economiche relative al 2021, al prossimo quinquennio e per i prossimi 15 anni. Come ha giustamente sottolineato l’Ispi, Pechino ha gettato le basi per un solido sviluppo futuro. Da questo punto di vista il 2035 è considerato l’anno chiave, il giro di boa che – nel caso in cui non dovessero esserci intoppi – dovrebbe consentire alla Cina di raggiungere i risultati di una “piena modernizzazione” entro il 2049. A quel punto, il Sogno Cinese teorizzato da Xi Jinping sarà divenuto realtà. Nell’immediato presente, la ricetta principale adottata da Pechino si chiama doppia circolazione. Significa che la Cina, a differenza del passato, si affiderà prima al proprio mercato interno, poi alle relazioni economiche intrattenute con il resto del pianeta.

Attenzione: non c’è alcuna autarchia all’orizzonte. Il Dragone non ha intenzione di rifiutare la globalizzazione, bensì di ricalibrarla tenendo bene in mente che gli investimenti stranieri non saranno più la locomotiva di crescita nazionale ma soltanto un (importante) plus ultra. Archiviata, a detta del governo cinese, la piaga della povertà, la Cina punterà quindi sulla domanda nazionale smarcandosi dalle dipendenze straniere. È proprio in questo contesto che si inserisce la China Standards 2035, la strategia che si prefigge di innovare il settore tecnologico cinese. In che modo? Sviluppando una nuova generazione di tecnologie intelligenti e quantistiche. Ma questa nuova filosofia di sviluppo, ancora modellabile e adattabile a eventuali sfide dell’ultimo minuto, dovrà avere caratteristiche ben precise, tra tutte essere green oriented. Le previsioni per il Dragone sono insomma rosee. A detta dei più importanti analisti, la Cina supererà presto gli Stati Uniti, diventando la prima economia globale.

Le sfide che l’India deve vincere

E l’India? Finché Nuova Delhi non riuscirà ad orchestrare un piano d’azione, elaborare una teoria di sviluppo nazionale e concretizzarla con campagne mirate, la sensazione è che il gap tra l’Elefante indiano e il Dragone cinese continuerà ad ampliarsi sempre di più. Narendra Modi ha tentato di imporre una modernizzazione accelerata puntando sul cavallo di battaglia dell’apertura forzata di pezzi di società rurale e tradizionale al mercato, sulla flessibilizzazione delle norme di diritto del lavoro, su un mix di nazionalismo economico (in campo militare e tecnologico) e neoliberismo d’antan. Nel primo anno della crisi del Covid-19 si è visto quanto questa ricetta fosse in fin dei conti piena di limiti.

Il Financial Times ha sottolineato come i primi perdenti della crisi economica scoppiata nel marzo 2020 siano stati i lavoratori dell’economia informale, della gig economy dei lavoretti, i braccianti e gli “stagionali” che migrano all’interno del Paese. Una massa che nel Paese ammonta a quasi tre volte la popolazione italiana, la cui composizione è stimabile in circa 170 milioni di persone: working poors appartenenti a categorie debolmente protette in un Paese che il governo nazionalista ha voluto spingere duramente verso la competitività globale dimenticandosi, molto spesso, le necessità di rafforzare e dare nuove basi welfare e coinvolgere nello le fasce meno tutelate della popolazione, che a livello complessivo vanta un Pil pro capite di meno di 2mila dollari l’anno (tra la 140esima e la 150esima posizione in classifica in tutte le statistiche più accreditate), meno di un quarto rispetto a quello cinese.

Un percorso complicato

Successi di propaganda come l’annuncio dell’elettrificazione, per quanto incompleta, del 100% dei villaggi del Paese non nascondono la realtà dei fatti della presenza di sacche di povertà estreme e di miseria alla cui risoluzione il governo ha preferito la ricerca dello strumento retorico del compattamento in termini nazionalistici ed esclusivi della nazione indiana. Mentre sul fronte economico Modi predica il libero mercato, gli spiriti animali del capitalismo e le privatizzazioni, il suo consenso politico si fonda su un’ideologia che ha una storia novantennale e mira a ricondurre a unità la lunga tradizione storica, religiosa e politica della civiltà indiana: “Hindu, Hindi, Hindustan”, in riferimento al compattamento in termini religiosi, linguistici e geografici della nazione, è infatti il motto che inficia l’ideologia Hindutva, la via indiana al nazionalismo. L’Hindutva inficia nel profondo le strutture del Partito popolare indiano (Bjp) di cui Modi è espressione e ha la sua base di predicazione nel Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss, “Organizzazione Volontaria Nazionale”), un gruppo di 5 milioni di volontari che ne formano la struttura di supporto di base.

L’ultra-nazionalismo del governo indiano è divenuto, nel corso del tempo, un fattore di freno allo sviluppo: sono state ridimensionate le prospettive di una pacificazione sociale con la comunità musulmana interna da oltre 200 milioni di persone, aumentate le prospettive di uno scontro interno legato a persecuzioni etniche e religiose, drenate preziose risorse umane necessarie per lo sforzo collettivo nazionale. La presenza di forti concentrazioni di capitali nel settore tecnologico e finanziario nei maggiori centri economici del Paese non semplifica il problema che l’India ha di trovare una narrazione comune e coerente al suo progetto nazionale, di risolvere questioni interne che vanno dall’accesso ai servizi chiave alla fragilità degli equilibri politici ed interetnici. Prima di sfidare la Cina, il Paese dovrà riscoprire omogeneità e coinvolgere nel progetto nazionale anche le forti e consistenti comunità minoritarie da secoli organiche alla storia del Paese. Il rischio della frammentazione è, altrimenti, estremamente probabile. Il disastro del Covid-19 ha mostrato tutte le fragilità dell’India a livello sociale: è apparsa la migliore cartina di tornasole su quali sforzi Nuova Delhi debba compiere per poter anche solo concepire di rivaleggiare, in futuro, con Pechino.

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