L’Italia come terra di confine nella nuova “Guerra fredda” fra Stati Uniti e Cina. Il 25 agosto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a Roma, a Villa Madama, l’omologo cinese Wang Yi. Quella in Italia, come ricordato dallo stesso Wang, è stata la prima tappa di un viaggio in Europa con il quale il titolare della diplomazia di Pechino vuol provare a rafforzare i rapporti con il Vecchio continente in un momento di crescenti tensioni con gli Stati Uniti di Donald Trump. Tra i temi trattati, sottolinea l’agenzia Nova, anche il coordinamento nella risposta alla pandemia di Covid-19 e le relazioni “millenarie” fra Roma e Pechino, ma anche il rilancio del multilateralismo nelle relazioni internazionali, il ruolo della cooperazione in ambito Ue e lo sviluppo di progetti congiunti. Le due parti hanno firmato accordi nel settore del gas e dell’export agroalimentare, come annunciato dallo stesso Di Maio. Gli accordi firmati, ha sottolineato il Ministro degli esteri, sono un esempio della necessità di rilanciare la cooperazione economica con Pechino. Ma Wang Yi non è venuto in Italia per parlare solamente con il nostro ministro degli Esteri.

L’incontro fra Wang Yi e il ministro degli Esteri canadese

Il nostro Paese, forte della sua posizione geografica, è un crocevia di interessi, di relazioni, di incontri a cui spesso non si dà il giusto peso. È bene ricordare che proprio in questo periodo, la scorsa estate, l’Attorney General degli Stati Uniti William Barr, accompagnato dal Procuratore John Durham, incontrava i vertici dei nostri servizi segreti nell’ambito delle indagini sulle origini del Russiagate che “entro la fine dell’estate” dovrebbero concludersi ed essere divulgate. A quel punto si comprenderà il ruolo effettivo dell’Italia in una spy story internazionale che vede protagonista, fra gli altri, il professore maltese della Link, Joseph Mifsud. Ma torniamo all’attualità e alla visita dell’esponente del Partito comunista cinese. La capitale, nelle stesse ore dell’incontro fra Wang Yi e Di Maio, è stata curiosamente luogo di un altro summit, altrettanto importante e significativo, e che la dice lunga sulla posizione strategica dell’Italia come “ponte”, al centro del Mediterraneo, fra oriente e occidente. Il consigliere di stato Wang Yi, infatti, ha incontrato il ministro degli Esteri canadese, François-Philippe Champagne.

Le richieste del Canada

Motivo? La detenzione di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, arrestata nel 2018 dalla polizia canadese e accusata dal Dipartimento di Stato americano di frode finanziaria, in relazione alle violazioni delle sanzioni statunitensi contro l’Iran. Wang ha ricordato al ministro degli esteri canadese che la Cina e il Canada non hanno alcun intreccio storico o conflitto effettivo, ma a causa della “detenzione non giustificata di un cittadino cinese da parte del Canada”, le relazioni tra i due Paesi hanno incontrato “serie difficoltà”. “Chiunque abbia iniziato il problema dovrebbe porvi fine”, ha osservato Wang Yi, esortando la controparte “a essere un Paese indipendente” e “a prendere una decisione il più presto possibile”e per eliminare gli ostacoli nella relazione fra Cina e Canada. Il ministero degli esteri cinese ha più volte avvertito che più a lungo proseguirà il caso Meng, “più profondo sarà il danno alle relazioni con la Cina”. 50 anni fa, ha sottolineato il ministro cinese, “i leader canadesi hanno rimosso le interferenze esterne e hanno resistito alle pressioni di tutte le parti per stabilire relazioni diplomatiche con la Cina”, ha aggiunto.

Nel corso del confronto, svoltosi in un albergo della capitale, il ministro canadese ha sollevato con il rappresentante di Pechino il tema dei due cittadini canadesi (l’ex diplomatico e analista Michael Kovrig e l’uomo d’affari in rapporti con la Corea del Nord Michael Spavor) arrestati in Cina alla fine del 2018 e incriminati per spionaggio.