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La rincorsa verso il benessere della Cina subisce una frenata. L’economia del Dragone, a sua volta, è costretta a rallentare. I numeri che sono stati pubblicati negli ultimi giorni fanno invidia a tutto il mondo, eppure queste cifre nascondono delle crepe potenzialmente pericolose. Un pil in calo (+6,5%, cioè due decimi in meno rispetto all’anno scorso), una crescita più bassa del previsto (+5,3%, la più bassa da un quarto di secolo), disuguaglianze in aumento e la grana dei dazi imposti da Donald Trump. Si può, dunque, davvero affermare che la Cina è entrata in crisi? La risposta è: no, ma potrebbe presto farlo.

Il fantasma del debito 

Tutto dipende da come si muoverà Xi Jinping. L’agenda politica del Presidente cinese poggia su tre pilastri, due dei quali sono la lotta alla povertà e all’inquinamento. Il terzo è il contenimento del rischio finanziario . Già, perché la Cina ha un debito complessivo che si attesta al 260% del Pil. Come si sia arrivati a un simile epilogo è storia vecchia e decennale. Bisogna risalire ai giorni del febbrile sviluppo economico, e dall’avvento di Deng Xiaoping a oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. In Cina nessuno si preoccupa del debito pubblico, che qui per lo meno ha il vantaggio di restare un affare interno, tra esposizioni di Stato, controllate pubbliche, imprese e famiglie. Nel 2007 il debito complessivo cinese si attestava intorno a 6mila miliardi di dollari, più del 140% del suo pil; oggi siamo arrivati a 29mila miliardi.

Una crescita “di carta”?

In sostanza, fanno notare alcuni analisti, la crescita cinese poggia su una muraglia di debiti. Il debito porta sviluppo, ma lo sviluppo porta altro debito. Fin qui il giochino ha retto e portato risultati eccellenti. Ma fino a quando Pechino potrà crescere facendo nuovi debiti? Sembrerebbe che Xi si sia posto tale domanda e abbia trovato una soluzione momentanea. Il governo ha infatti spostato le risorse dai settori cosiddetti “maturi”, come industria pesante e immobiliare, a quelli più tecnologici e produttivi. Per far questo la Cina ha dovuto chiudere un discreto numero di fabbriche e bruciare investimenti. Con un conseguente aumento delle tensioni sociali.

Il rischio della classe media 

È interessante notare il comportamento delle famiglie. Da due mesi le vendite di automobili fanno registrare segno meno. Potrebbe essere un particolare non degno di nota, eppure ha fatto scattare sull’attenti la Banca centrale. Gli istituti sono incoraggiati a fare credito e il governo ha subito varato uno stimolo fiscale. La classe media cinese è affamata di consumo ma pur comportandosi come la sua controparte occidentale deve fare i conti con un potere d’acquisto nettamente inferiore. Negli Stati Uniti, ad esempio, è di 43.585 dollari. In Cina di appena 6.180. Se consideriamo poi l’enorme disuguaglianza che c’è tra le megalopoli cinesi vicine alla costa e quelle dell’entroterra, il quadro diventa ancora più cupo.

I nodi vengono al pettine

La Cina ha fatto progressi enormi in materia di crescita, ma se appena l’1% della popolazione possiede circa il 43,8% della ricchezza del paese, tanto deve essere ancora fatto. Pechino, inoltre, continua a investire in Africa cifre considerevoli, ma in patria più di un cinese ha storto il naso. Perché non concentrarsi sulle province interne? Semplice, perché Xi Jinping ha intenzione di trasformare la Cina nella maggiore potenza globale. Il brand Cina continua a fare proseliti ma la maggior parte dei cittadini cinesi non trae vantaggi concreti.

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