Una nuova partita di braccio di ferro sembra disputarsi tra Stati Uniti e Cina, ma questa volta non c’entrano i dazi bensì la navigazione dei mari. Pechino ha recentemente presentato un rapporto giuridico in cui imputa a Washington un’interpretazione “di comodo” delle norme del diritto internazionale in riferimento al passaggio della propria flotta marittima in acque contese come lo stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale, su cui la Cina rivendica la sovranità.
Nel documento, dal titolo “Valutazione giuridica della libertà di navigazione degli Stati Uniti”, si sostiene che gli Usa si appellerebbero a concetti giuridici come quello di “acque territoriali” o “acque internazionali” per esaudire il soddisfacimento dei loro interessi, anche per il tramite di operazioni militari, ignorando la giurisdizione di altri Stati. Secondo il China Institute for Marine Affairs, entità che ha redatto il rapporto, la libertà di navigazione declamata da Washington non sarebbe nient’altro che una leva di pressione geopolitica che minerebbe l’ordine marittimo internazionale con il rischio di causare incidenti. Non a caso, nel testo si fa riferimento all’episodio in cui il cacciatorpediniere americano USS Higgins era stato allontanato dalle acque circostanti la secca di Scarborough, dove si sarebbe addentrato senza l’autorizzazione del Dragone.
A questo punto, però, quanto scritto nero su bianco nel rapporto è davvero cristillizzato nei trattati internazionali? E Pechino non è mai stata oggetto di contestazioni da parte di altri Paesi riguardo alle sue attività di navigazione?
Cosa prevede il diritto internazionale
La bussola per orientarsi nella selva normativa del diritto internazionale marittimo è la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), conosciuta anche come Convenzione di Montego Bay dalla località giamaicana in cui è stata sottoscritta nel 1982. Il trattato ha il merito di aver definito le porzioni di mare sottoposte alla giurisdizione degli Stati dotati di chilometri di costa, nonché le attività consentite in quelle aree e al di fuori delle stesse. Ogni nazione che si affaccia sul mare, entro le 12 miglia nautiche esercita la propria sovranità in quella fascia marittima che prende il nome di “acque territoriali”. Oltre all’applicazione delle leggi dello Stato costiero, la Convenzione riconosce il diritto di transito alle imbarcazioni battenti bandiera straniera, comprese le navi da guerra, purché questo “non arrechi pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza”.
Secondo le autorità di Pechino, le quali affermano di aver esaminato diverse fattispecie riguardanti la navigazione della flotta marittima americana, gli Stati Uniti adottano un’interpretazione che privilegia la propria libertà d’azione per l’egemonia dei mari e per la realizzazione dei loro obiettivi geostrategici, come nel caso dell’attraversamento dello Stretto di Taiwan, considerando che i cinesi ritengono l’isola di Formosa parte del loro territorio.
Per di più, ciò che fa storcere il naso all’interno della Muraglia è la mancata ratifica da parte di Washington della Convenzione di Montego Bay. I cinesi, dunque, accusano l’America di doppi standard in quanto, da una parte, si appella alla libertà di navigazione così come prevista dalla Convenzione Onu, ma dall’altra, non ha adottato la stessa facendo sì che le sue attività navali non godano di un fondamento giuridico.
Eppure, anche il Dragone si è visto il dito puntato per le sue operazioni navali. Nonostante il j’accuse agli Usa, nel 2018 Pechino ha dispiegato una nave da sorveglianza che ha pattugliato le acque al largo delle Hawaii durante l’esercitazione statunitense Rim of the Pacific (RIMPAC). Inoltre, ad aprile di quest’anno, tre unità della Marina cinese hanno condotto esercitazioni di fuoco a ridosso delle acque australiane, senza avvertire il Governo di Canberra.
Tali dinamiche possono apparire come una contraddizione: la Cina si presenta come paladina del diritto internazionale, ma allo stesso tempo non rinuncia a esercitare pressioni navali che ricordano da vicino quelle che imputa agli Stati Uniti.
Le mire sul Mar Cinese Meridionale
Se da un lato lo scambio di accuse avviene dietro il paravento della diplomazia, dall’altro la tensione nel Mar Cinese Meridionale si fa sempre più crescente senza troppe mediazioni.
La Cina reclama l’esercizio della propria sovranità su una porzione consistente dell’area in virtù della “linea dei nove trattati”, demarcazione tracciata nella seconda metà degli anni Quaranta dalle autorità cinesi, che comprende acque tra Filippine, Malesia e Vietnam e dichiarata illegittima dal Tribunale Permanente di Arbitrato dell’Aja. Infatti, i vicini del Dragone hanno più volte avanzato delle pretese di controllo data la loro vicinanza territoriale ,dando luogo a delle vere e proprie dispute con i cinesi. L’ultimo incidente ha visto una nave da guerra cinese speronare per errore un’imbarcazione della propria Guardia Costiera durante un’operazione di inseguimento di una nave filippina al largo dell’isola Huangyan, contesa tra Pechino – in funzione della linea dei nove tratti – e Manila.
Le scaramucce con le Filippine sono alimentate dal costante avvicinamento di Manila a Washington. Il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. ha dato il via libera agli americani a un dispiegamento di sistemi missilistici avanzati nell’arcipelago e allo svolgimento di esercitazioni congiunte a ridosso delle acque di Taiwan. Non per niente, gli Stati Uniti hanno notevolmente incrementato gli spostamenti della loro flotta navale nel Mar Cinese Meridionale a partire dagli anni Novanta nell’ambito del programma sulla libertà di navigazione, istituito nel 1979, e che inizialmente prevedeva una maggiore concentrazione delle operazioni navali nei Caraibi e nel Mediterraneo.
A questo punto, pare evidente che dietro le mosse del Dragone si celi un piano strategico preciso: consolidare l’influenza sui mari circostanti, importanti vie d’acqua per il commercio internazionale in un’epoca in cui gli equilibri per lo scambio di beni e merci si stanno ridisegnando del tutto. Attraverso il succitato rapporto sulla legittimità della navigazione da parte delle imbarcazioni statunitensi, Pechino nutre l’ambizione di condizionare a suo favore tutto lo spazio marittimo circostante con l’auspicio di divenire una piattaforma per il commercio e un avamposto per la sicurezza imprescindibile in tutta la regione. Ogni manovra navale, effettuata o contestata, è il viatico per un messaggio politico: la Cina non intende cedere terreno, mentre gli Stati Uniti cercano di contenerne l’espansione.

