“Il tempo delle ideologie è finito. Il Movimento 5 Stelle non è fascista, non è di destra, né di sinistra”. Con queste parole sul suo blog, Beppe Grillo presentava agli italiani la sua creatura politica che, dopo poco più di un mese, fece l’exploit alle politiche del 2013, certificando la nascita di un modo di pensare e fare politica secondo logiche del tutto post ideologiche. A più di dieci anni di distanza da quelle parole, il Movimento 5 Stelle aderisce al gruppo della Sinistra (The Left o GUE/NGL) al Parlamento Europeo, dopo che nella scorsa legislatura i suoi eurodeputati avevano brancolato per cinque lunghi anni nel buio del gruppo dei non iscritti.
La decisione da parte dei vertici del raggruppamento GUE/NGL è giunta il 4 luglio, dando una dimora agli otto eletti pentastellati, ma accettando il loro ingresso con riserva poiché si è concordato di concedere alla formazione di Giuseppe Conte e allo stesso gruppo parlamentare uno status di osservatore reciproco dalla durata di un semestre. Tale accordo nasce dall’esigenza di potersi annusare, studiare e conoscere meglio, soprattutto per via della tortuosa strada lungo la quale si è sempre spostato il Movimento in materia di alleanze all’Eurocamera. Nella loro legislatura di esordio, i 5 stelle condividevano gli scranni con la destra ferocemente euroscettica di Nigel Farage, il teorico della Brexit ai tempi leader dello United Kingdom Independence Party (UKIP), per poi tentare nel 2017 l’entrata nel gruppo centrista e ultraeuropeista dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (ALDE) ma senza che la cosa andasse in porto.
Se alcuni commentatori avevano ipotizzato un’interlocuzione con Sahra Wagenknecht – leader della sinistra sovranista tedesca e critica nei confronti di The Left – per la costituzione di un nuovo gruppo, Conte ha preferito aggregarsi a una famiglia “tradizionale” dell’Europarlamento al fianco di Sinistra Italiana e delle sinistre radicali come France Insoumise e Die Linke, facendo del Movimento la componente più numerosa dopo la formazione francese di Jean-Luc Mélenchon. Quali scenari europei e nazionali si possono aprire con tale novità?
Le condizioni e il no alla maggioranza Ursula
“Nei prossimi cinque anni ci impegneremo a collaborare con i nostri nuovi colleghi per sostenere un’Europa più consapevole dal punto di vista sociale, opponendoci alla povertà e alle politiche di austerità”. Sono queste le parole pronunciate dal capo delegazione del M5S, Pasquale Tridico, in seguito all’ammissione a The Left, avvenuta dopo che lui e i suoi sette colleghi della compagine pentastellata hanno dovuto rispondere a 12 domande selezionate dal gabinetto della Sinistra riguardo a temi come il diritto al lavoro, la lotta al cambiamento climatico, la guerra in Ucraina e l’azione contro l’avanzata delle destre in Italia e in Europa.
Tra le condizioni poste dai vertici ai nuovi compagni di viaggio, vi è il no a un bis di Ursula von der Leyen, presidente uscente della Commissione europea che tenterà la riconferma il 18 luglio. Cinque anni fa, Von der Leyen fu investita della fiducia dell’Eurocamera per soli 383 voti, nove in più rispetto al quorum necessario di 374, e in quell’occasione 75 franchi tiratori tra le file dei popolari, socialisti e liberali decisero di voltare le spalle all’allora ministra di Angela Merkel. I 14 europarlamentari grillini, invece, si espressero a favore rivelandosi decisivi. Ma questa volta, salvo sorprese clamorose, il M5S non voterà per Von der Leyen rappresentando un problema di non scarsa rilevanza per la presidente, dal momento che già si contano i possibili “traditori” tra i banchi della sua maggioranza e si teme possano essere una cinquantina. È innegabile, date le circostanze, che i voti pentastellati potessero essere un prezioso bottino per la riconferma.
Lo schema francese per l’Italia
Con lo scioglimento anticipato dell’Assemblea nazionale da parte di Macron a causa dell’avanzata poderosa del Rassemblement National di Le Pen e Bardella alle elezioni europee, le sinistre hanno deciso di mettere da parte le differenze per fare fronte comune al fine di scongiurare la presa del potere da parte della destra radicale. A pochissime ore dall’annuncio dell’Eliseo, il Partito socialista, la France Insoumise, il Partito comunista e i Verdi hanno dato forma a un cartello elettorale, battezzato Nouveau Front Populaire (Nuovo Fronte Popolare), che nelle recenti elezioni legislative d’oltralpe ha dimostrato di essere estremamente competitivo e di incarnare una proposta attrattiva. La domanda da porsi è: anche in Italia è possibile una coesione delle sinistre?
Ormai da qualche anno, Partito democratico e Movimento 5 stelle hanno avviato, non senza battute di arresto, un iter finalizzato a cementare un’alleanza che diventi organica per fungere da contraltare al centrodestra, da sempre unito. Lo spirito e il senso di unità, per ora, sono emersi solo in occasione di elezioni amministrative e regionali, ma mai a livello nazionale. La segretria del Pd, Elly Schlein, da tempo chiede l’unione delle forze progressiste per “costruire una grande alternativa a queste destre, a partire dai temi” in cui il Movimento fondato da Beppe Grillo sarebbe l’interlocutore privilegiato. Finora a prevalere sono state le differenze, sia per le resistenze di alcuni pentastellati, come l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi, che hanno sempre espresso inquietudine riguardo all’apparentamento con il Pd in nome dell’indole post ideologica del M5S, sia per alcune dichiarazioni di Conte che non hanno sciolto i nodi, come il non preferire nessuno tra Trump e Biden.
Indubbiamente, l’entrata nel gruppo della Sinistra rappresenta una scelta di appartenenza a un’area culturale e politica specifica e che potrebbe facilitare il percorso di convergenza tanto agognato dalla segreteria dei Dem. Altrettanto vero è, però, che la storia di alleanze del Movimento ha rappresentato a tutto tondo il manifesto post ideologico delle origini che ha visto nascere coabitazioni politiche a seconda della convenienza delle circostanze – vedasi il passaggio da Farage a Mélenchon in Europa o quello dalla Lega al Pd al governo in Italia – , sebbene oggi il soggetto in questione voglia darsi un’identità più chiara e riconoscibile che, de facto, snatura e rinnega le parole di Beppe Grillo pronunciate nel 2013.
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