«La missione ha l’obiettivo di difendere il nostro Paese, eliminare i narco-terroristi dal nostro emisfero e metterci in sicurezza dalle droghe che stanno uccidendo il nostro popolo». Così il segretario alla Guerra degli Stati Uniti, Pete Hegseth, aveva presentato lo scorso novembre l’operazione Southern Spear (Lancia del Sud), interpretata da diversi analisti come un’ibridazione tra “guerra al terrorismo” e “guerra alla droga”, con un obiettivo strategico di regime change. Al centro del teatro operativo allora c’era infatti il Venezuela di Nicolás Maduro – poi catturato e condotto negli Stati Uniti in un’operazione che, dal punto di vista del diritto internazionale, si configura come una violazione della sovranità del Paese sudamericano. Nei mesi successivi, tuttavia, – lo avevamo raccontato in precedenza su InsideOver – la campagna si è estesa ad altre nazioni affacciate sul Pacifico orientale tra cui l’Ecuador, Paese in stato di “conflitto armato interno”, come è stato definito in un decreto emanato dallo stesso presidente Daniel Noboa. Quest’ultimo – eletto in un contesto di violenza diffusa e crisi dello Stato, e sostenuto da un blocco di governo con un’impronta fortemente oligarchica e liberista – ha costruito la propria immagine sul tema dell’ordine e della sicurezza e ha reso il suo Paese un importante alleato del vicino nordamericano.
La denuncia dei pescatori ecuadoriani
In questo scenario volto a riaffermare l’influenza di Washington in America Latina con la connivenza dei governi locali, si sono moltiplicati gli attacchi da parte degli Stati Uniti a imbarcazioni sospettate di trasportare droga e contro le quali si sono consumati episodi segnati da un uso eccessivo della forza che adombrerebbero vere e proprie violazioni dei diritti umani. Lo scorso 22 aprile, il media investigativo Drop Site News ha riportato le testimonianze di 36 pescatori sopravvissuti a due attacchi nel Pacifico, i quali hanno raccontato di essere stati rapiti, torturati e trasferiti via mare fino a El Salvador – il cui presidente Nayib Bukele dimostra forte sostegno alle politiche migratorie di Donald Trump –, prima di essere ricondotti nel loro Paese.
Il primo attacco ricostruito da Drop Site News è avvenuto a marzo contro l’imbarcazione La Negra Francisca Duarte II, colpita da un drone e poi esplosa. I pescatori a bordo del natante sono stati catturati dalle forze a bordo di una motovedetta blu con bandiera statunitense. A tutti sono stati negati cibo e assistenza medica, nonostante le gravi ferite. La ministra degli Esteri dell’Ecuador, Gabriela Sommerfeld, ha messo in dubbio l’innocenza dei pescatori e ha difeso l’esecuzione extragiudiziale per mano degli Stati Uniti.
«Ci hanno trattato come animali» è invece la denuncia arrivata da altri 20 pescatori, vittime dell’attacco consumatosi appena pochi giorni dopo contro l’imbarcazione chiamata Don Maca. Anche in questo caso, un drone si è schiantato contro la barca, provocando un’esplosione a soli 15 centimetri dal serbatoio del carburante. Gli uomini a bordo del Don Maca hanno riferito di essere stati tenuti in ostaggio e bendati per otto giorni.
Gli affari oscuri del presidente Noboa
Su nessuna delle imbarcazioni attaccate con la presunta scusa della lotta al narcotraffico sono state rinvenute droghe. Lo stesso non si può dire, invece, di alcune navi appartenenti alla compagnia del presidente ecuadoriano, la Noboa Trading. Nel 2025, il media colombiano Revista Raya ha rivelato che le autorità ecuadoriane avevano sequestrato cocaina, destinata alla Croazia, per un valore di 26 milioni di euro, in container appartenenti alla società di navigazione di Noboa. Lo scorso marzo il quotidiano spagnolo El Mundo ha raccolto le dichiarazioni di William Joffre Alcívar Bautista – leader del cartello ecuadoriano Los Tiguerones –, il quale ha affermato che Noboa aveva stretto un accordo con il gruppo criminale per ottenere voti in cambio dell’immunità. II traffico di droga è peraltro aumentato vertiginosamente durante la presidenza del multimilionario e attualmente rappresenta il 70% della distribuzione mondiale di cocaina, prodotta in Colombia e Perù e spedita appunto attraverso l’Ecuador.
Il mare come zona d’ombra
Da settembre 2025, secondo stime basate su comunicati militari e monitoraggi indipendenti, sarebbero più di 180 i civili uccisi nelle presunte operazioni di lotta al narcotraffico che assumono piuttosto i contorni di esecuzioni extragiudiziali. Con le dovute differenze, non si può fare a meno di pensare come, dal Pacifico al Mediterraneo – dove pochi giorni fa in acque internazionali al largo di Creta, l’esercito israeliano ha bloccato nuovamente le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla – il mare vada configurandosi sempre più come una “zona d’ombra” in cui si stanno normalizzando vere e proprie pratiche violente in aperta violazione del diritto internazionale, utilizzando una narrativa fondata sulla presunta sicurezza, volta in realtà a subordinare i diritti di civili, che siano pescatori o attivisti, alle dinamiche di dominio di Stati Uniti e Israele.