Chico Forti e la passerella di Giorgia Meloni

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Politica /

L’accoglienza di Giorgia Meloni a Chico Forti, tornato in Italia dopo 24 anni di carcere negli Stati Uniti, è stata molto discussa. La scelta, sulla carta, non è una novita. Essa perpetra una tradizione tutta italiana: quella delle passerelle di ministri e leader intenti a presenziare in occasione del ritorno in Italia di personalità coinvolte in casi critici per l’opinione pubblica. Vent’anni fa Silvio Berlusconi presenziò a Ciampino al ritorno in Italia di Simona Pari e Simona Torretta, cooperanti rapite in Iraq; nel 2020 fu Giuseppe Conte a accogliere a Ciampino Silvia Romano, liberata in Somalia. Casi comprensibili vista l’elevata problematicità della situazione internazionale in cui le tre donne videro consumarsi i loro sequestri. In cui l’elemento istituzionale prevale su quello della passerella. Difficile, invece, trovare una giustificazione paragonabile quando di mezzo ci sono figure legate a controversie criminali o giudiziarie.

Ricordiamo ad esempio che uno dei punti più bassi toccati da esponenti istituzionali italiani nella storia recente fu quello in cui le istituzioni furono costrette nel gennaio 2019 da Matteo Salvini e Alfonso Bonafede, allora rispettivamente titolari del Ministero dell’Interno e della Giustizia, a presenziare, sempre a Ciampino, al ritorno in Italia dalla Bolivia dell’ex terrorista Cesare Battisti, finalmente assicurato alla giustizia. Come scrisse Francesco Prisco su Il Sole 24 Ore, Battisti era senz’altro “un terrorista, un criminale che è stato giudicato in via definitiva per delitti atroci, un ex latitante. Sacrosanto, insomma, che sia stato assicurato alla giustizia italiana“. Ma questo non giustificava la gogna pubblica e la trasformazione di un risultato giudiziario-investigativo in un successo politico.

Casi del genere dovrebbero piuttosto essere trattati come una questione giudiziaria-diplomatica in cui, con sobrietà, è lo Stato, nel silenzio, a muoversi attivamente. Con Forti è successa la stessa cosa. Il 65enne ex produttore televisivo e velista italiano, coinvolto in una torbida accusa per un presunto omicidio addebitatogli nel 1998 a Miami e per il quale è stato condannato nel 2000 all’ergastolo, non è un ostaggio liberato da un teatro di guerra. Né, al contempo, un prigioniero incarcerato da decenni nelle profonde sicure di qualche dittatura repressiva e totalitaria. Piuttosto, Forti è un uomo al centro di una vicenda giudiziaria in cui il fronte colpevolista, che lo imputa dell’omicidio di Dale Pike, figlio di Anthony Pike da cui Forti stava comprando un hotel a Ibiza, lo ritiene colpevole di aver agito motivato dalla volontà di evitare che la vittima mettesse alla luce una presunta truffa che Forti stava portando avanti contro il padre, che soffriva di demenza, è sfidato da un ampio fronte innocentista che mette in dubbio questa versione. Coni d’ombra e problemi che molti addebitano al dente avvelenato degli investigatori di Miami per Forti, che ha messo in luce in un documentario del 1997 molti problemi emersi durante le indagini sull’omicidio in Florida di Gianni Versace.

Negli anni la questione della revisione del processo di Forti, detenuto-modello a Miami da un quarto di secolo, si somma a quella che poi si è concretizzata: il ritorno in Italia del condannato per scontare la sua pena sul suolo patrio. Forti, che si professa innocente, si è dichiarato colpevole di fronte alle autorità della Florida per sbloccare l’estradizione. La sua vicenda, in assenza di una pistola fumante sulla sua colpevolezza o innocenza (e chi scrive propende più per la seconda tesi), è stato un ircocervo per la diplomazia italiana che è andata di pari passo con l’indubbio dramma umano del condannato Forti.

Una vicenda profondamente umana che avrebbe dovuto essere gestita con tatto diplomatico da un lato e con un esplicito stimolo a evitare quei pelosi autoelogi che spesso i governi che completano operazioni del genere fanno a loro stessi. In un concetto, quel basso profilo che ben si concilierebbe con il nuovo capitolo della vita di Forti, chiamato ora a scontare la sua pena a Verona mentre prosegue la battaglia per capire, un futuro, se sarà possibile metter in discussione l’esito del processo. Rispettoso silenzio e basso profilo non sono emersi, invece, dalla comunicazione di Palazzo Chigi. Che ha portato avanti un nuovo capitolo delle “passerelle” di Ciampino. Sulla cui opportunità, in questo caso, è bene riflettere: l’idea che di fronte a una vicenda tanto popolare nell’opinione pubblica il vero motivo dell’accoglienza di Meloni possa esser stato legato alla volontà di rivendicare un successo d’immagine a poche settimane dalle Europee è stata messa in campo da più di un commentatore. E il fatto stessa che tale dubbio emerga rende problematica la scelta della premier. Anche in assenza di show come quelli andati in scena nel caso Battisti, dunque, si conferma l’idea che dare manto politico a grandi questioni giudiziarie con ricadute internazionali è, quantomeno controverso.