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Teheran e Tel Aviv sono ai ferri corti. Gli israeliani hanno bombardato il primo aprile l’ambasciata iraniana a Damasco, in risposta la Repubblica Islamica ha lanciato un attacco dal suo territorio contro il territorio dello Stato ebraico nella serata di sabato. Un botta e risposta che forse non è ancora del tutto terminato, considerato che il premier Netanyahu potrebbe decidere da un momento all’altro di attuare un’ulteriore risposta. Se sul fronte israeliano è ben noto chi sta prendendo le scelte, ossia lo stesso primo ministro assieme a generali, ufficiali e membri del gabinetto di governo. Quando si fa riferimento all’Iran invece, la questione appare molto più astratta.

Si parla di azioni decise da Teheran, senza però far riferimento a specifici soggetti o specifici organismi che stanno guidando il Paese in questa fase così delicata. Da qui, una tanto semplice quanto vitale domanda: ma chi realmente sta comandando in Iran? Chi materialmente ha premuto i bottoni che hanno fatto partire i droni sabato scorso e promette di ripremerli in caso di nuova azione da parte di Netanyahu?

La figura poco presente di Ebrahim Raisi

Occorre partire da un presupposto: la costituzione iraniana del 1979 che ha dato vita alla Repubblica Islamica è piuttosto complessa sotto il profilo istituzionale. L’Iran è una teocrazia, cioè le autorità religiose hanno anche il potere politico ed esercitano una forte influenza su ogni decisione. Per questo, si è scelto a suo tempo uno schema binario: da un lato ci sono le istituzioni civili, rette da un presidente della Repubblica eletto a suffragio universale ogni 4 anni e che è anche a capo dell’esecutivo, dall’altro ci sono le istituzioni religiose che sovrintendono sull’applicazione delle leggi e sul rispetto della morale islamico-sciita. Al di sopra di tutto poi, c’è la figura della Guida Suprema oggi incarnata dall’ayatollah Khamenei, successore di Khomeini.

A Teheran quindi c’è una situazione che rappresenta quasi un unicum a livello internazionale: il presidente della Repubblica non è il capo dello Stato e non è quindi la massima autorità politica, essendo quest’ultima rappresentata invece dalla Guida Suprema. Tuttavia, nel corso della storia della Repubblica Islamica i presidenti hanno quasi sempre esercitato un ruolo importante e hanno avuto un peso politico non indifferente. Un caso emblematico ha riguardato ad esempio la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, l’unico non chierico eletto capo dell’esecutivo e rappresentante dei movimenti ultra conservatori. Negli anni dei suoi mandati, compresi tra il 2005 e il 2013, quando si parlava della politica iraniana il riferimento andava soprattutto a lui e alle sue azioni e dichiarazioni messe in campo in quel periodo. Anche con il successore, il moderato Hassan Rouhani, le scelte soprattutto in ambito estero sono apparse quantomeno orientate dal governo e dalla presidenza. Come dimostra ad esempio il lungo e travagliato iter che ha portato all’accordo sul nucleare del 2016.

Oggi alla guida del governo c’è il presidente Ebrahim Raisi, conservatore giudicato vicino alle posizioni della Guida Suprema ed eletto nel 2021. Negli ultimi giorni non si sono avuti in Iran suoi discorsi televisivi, né si è avuta traccia di sue apparizioni in pubblico. Eppure, il Paese sta vivendo giorni molto delicati dove le sue forze di sicurezza sono arrivate lì dove mai avevano osato arrivare, ossia colpire direttamente il territorio israeliano. Se il piano sul nucleare e la visione di una politica estera più “espansiva” sono stati propri degli anni di Ahmadinead e se, al contempo, una politica più moderata e un compromesso con gli Usa sono stati ricollegabili direttamente alle azioni di Rouhani, il delicato e decisivo botta e risposta con Israele non è attualmente ascrivibile a Raisi. Le mosse di questi giorni di Teheran cioè, non verranno ricordate come mosse decise dal presidente. Il quale, probabilmente, si è limitato a condividerle e a firmarle. In poche parole, sulla scrivania del presidente negli ultimi giorni saranno stati collocati faldoni di carte da sottoscrivere ma i pulsanti con i bottoni dei droni stanno in ben altri uffici e in ben altre sedi.

Il ruolo della Guida Suprema e dei pasdaran

Si potrebbe ipotizzare che, vista la situazione di emergenza, ad aver preso in mano le redini della situazione sia stata la Guida Suprema. Al netto del fatto che l’attuale impostazione della politica estera di Teheran è perfettamente affine alla visione di Khamenei, quest’ultimo tuttavia è molto avanti negli anni e molte cronache dalla capitale iraniana lo danno malato già da tempo. La Guida Suprema senza dubbio sta esercitando una forte influenza politica sui vari organismi che compongono la Repubblica Islamica, ma ragioni d’età e di salute non sembrano suggerire una posizione da leader assoluto.

Per cercare di capire quindi chi in Iran detiene al momento il principale scettro del potere, occorre vedere chi negli ultimi mesi è stato sovraesposto a livello mediatico e chi ha rivendicato, più di altri, le azioni portate avanti da Teheran, compresa non per ultima l’operazione nei confronti di Israele. Il riferimento è alla leadership militare e, in particolare, delle Guardie della Rivoluzione: sono stati gli uomini in divisa a lanciare precise minacce contro lo Stato ebraico, sono stati membri della sicurezza a dialogare sottobanco (e con la mediazione della Turchia) con rappresentanti dell’intelligence statunitense, sono stati infine i più alti graduati a rivendicare il lancio di droni e missili verso il territorio israeliano.

Le più importanti recenti scelte politiche dell’Iran hanno coinciso con le più importanti decisioni di ordine militare. Dalla repressione dei manifestanti che hanno dato vita alle proteste di piazza esplose nel 2022 dopo la morte della giovane Mahsa Amini, fino al botta e risposta con Israele: tutto è passato dalle mani dell’esercito e dei guardiani della rivoluzione, i pasdaran. Del resto, la sopravvivenza del loro potere, il quale a Teheran è anche di ordine economico, dipende dalla sopravvivenza della Repubblica Islamica. Dopo l’uccisione nel 2020 del generale Soleimaini, tra i massimi rappresentanti delle forze di sicurezza si è diffusa la percezione di una certa debolezza del potere e dell’apparato politico: da qui, molto probabilmente, un progressivo trasferimento nelle loro stanze delle principali postazioni di comando e dei bottoni che servono a muovere le fila della politica iraniana.

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