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Nello sconvolgente e ancorché attuale romanzo di fantascienza Fahrenheit 451, Ray Bradbury, avvicinandosi all’epilogo, utilizza il personaggio del Capitano Beatty per ripercorrere le vicende che hanno portato alla messa al bando dei libri, identificando nelle ragioni profonde alla base dell’oppressione del presente con l’instaurazione di una sorta di “dittatura delle minoranze” capace di ammutolire progressivamente artisti, intellettuali e singoli cittadini, all’insegna dell’omologazione delle parole e delle opinioni. “Devi ricordarti – dice Beatty – che la nostra civiltà è così vasta che non possiamo permettere alle nostre minoranze di essere in uno stato di turbamento e agitazione”.

Ma il passaggio talmente reale dall’essere sconvolgente è quello immediatamente successivo. Dice Beatty: “La gente di colore non ama Little Black Sambo? Diamolo alle fiamme. Qualcuno ha scritto un libro sul tabacco e il cancro ai polmoni? I fabbricanti e i fumatori di sigarette piangono? Alle fiamme il libro! […] I funerali sono dolorosi e pagani? Annulliamo anche i riti funebri”. A dispetto di quanto possa sembrare ad una prima lettura, Bradbury non sta cercando di mettere in guardia contro la tirannia governativa e la censura, o sul tentativo dei poteri forti di controllare ciò che le persone possono o non possono leggere. No, in realtà Fahrenheit 451 parla di ciò che succede quando i singoli cercano di censurare se stessi, diventando eccessivamente protettivi nei confronti dei sentimenti di tutti gli altri.

Che lo volesse o no, quella di Bradbury si è rivelata una profezia: 70 anni dopo la pubblicazione del suo visionario libro, sono nati i “sensitivity readers“. Molto in voga già da un paio d’anni negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone in generale, questi editor freelance vengono in sostanza ingaggiati dagli editori per cancellare dai libri in fase di pubblicazione qualsiasi cosa potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno. Senza che abbiano alcuna competenza in particolare se non l’appartenenza a una singola minoranza (etnica, religiosa o di orientamento sessuale) i “sensitivity readers” leggono libri che presentano argomenti, dialoghi, conversazioni o ambientazioni che sono al di fuori dell’esperienza vissuta dall’autore. Ad esempio, se la protagonista di un romanzo scritto da un maschio, bianco, etero è una donna, magari afroamericana, magari omosessuale, l’editore sceglie il “sensivity reader” che rispecchia più fedelmente possibile la minoranza a cui appartiene la protagonista, per correggere lo stile di scrittura attraverso il prisma di ciò che sostiene essere la propria esperienza di vita, per guidare l’autore (e quindi anche il lettore) verso una rappresentazione più autentica.

Il dilemma di dover applicare questa sorta di fact-checking anche ai libri, è iniziato a derivare da lunghi dibattiti andati in scena negli Stati Uniti riguardo le categorie Young Adult. Tutti quei libri, in sostanza, rivolti agli adolescenti con protagonisti gli adolescenti e basati sui problemi “comuni” degli adolescenti. Ma è proprio questo il punto: cos’è “comune”? In un momento in cui, per dire, si fatica ad attribuire ai giovani persino una precisa identità sessuale, com’è possibile ritrarre un teenager senza il rischio di offenderne altri?

Così, per evitare spiacevoli sorprese, come dover cestinare dei lavori in fase di pubblicazione o addirittura dover rispondere in tribunale di qualsiasi tipo di accusa, gli editori (ma anche gli stessi autori) hanno iniziato ad affidarsi ai “sensitivity readers” per soddisfare da una parte la sempre maggiore richiesta di rappresentare personaggi che appartengono a minoranze, e dall’altra evitare di cadere nei cliché prodotti dall’immaginario considerato “troppo antico” degli autori bianchi (che secondo una stima del New York Times rappresentano oltre l’80% degli autori delle major statunitensi).

La questione alla base sembra uscita da un dramma bradburyano. I “sensitivity readers” sono la fanteria della cultura politicamente corretta. Creature di una società che le considera “svantaggiate” e che vuole redimersi affidando loro la possibilità di “censurare” tutto ciò che potrebbe urtare non tanto la sensibilità della loro minoranza, ma essenzialmente quella della loro persona. Perché un “sensivity reader” è prima di tutto un singolo, con il suo storico, il suo background, i suoi traumi e le sue inclinazioni, non certo ascrivibili a quelle di una intera minoranza, e per di più è a sua volta figlio di un paradosso “di classe”: viene pagato 1 cent a parola per leggere e correggere un lavoro, permettendo ai redattori delle grandi case editrici (quasi sempre bianchi) di concentrarsi su altri tipi di lavoro. Insomma, il politicamente corretto nel settore culturale, per ripulirsi la coscienza, sta creando dei “rider” della lettura, sottopagati e scarsamente tutelati, affidando loro l’arduo compito di parlare a nome di intere minoranze (se non è questo uno stereotipo poco ci manca) e di giudicare cosa potrebbe o non potrebbe essere considerato gradevole da leggere.

Inutile dire che secondo questo meccanismo puramente relativo, se un libro con un protagonista di colore, diciamo La capanna dello Zio Tom scritto da un’autrice bianca, Harriet Elizabeth Beecher Stowe, fosse dovuto passare sotto l’occhio vigile di ogni “sensitivity readers” d’origine afroamericana presente negli Stati Uniti, sarebbe rimasto vittima di un mastodontico gioco del telefono in base al quale ogni sensibilità di ogni lettore avrebbe dovuto e potuto interferire con la caratterizzazione di tutti i personaggi di colore ritratti nel testo. Come lo Zio Tom appunto. È questo il futuro a cui è destinata la letteratura: l’autocensura oltranzista.

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