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Mario Draghi ha negli anni costruito un partito personale di fedelissimi con cui ha collaborato gomito a gomito nella definizione di strategie e progetti nelle organizzazioni da lui dirette. Risulta sorprendente la continuità delle figure che hanno avuto modo di lavorare al suo fianco nel corso del cursus honorum che lo ha portato ad essere direttore generale del Tesoro, governatore della Banca d’Italia, presidente della Bce e, infine, presidente del Consiglio dei Ministri.

Come abbiamo avuto modo di far notare, i “draghiani” abbondano alla Banca d’Italia, al Tesoro e tra coloro che il premier ha scelto per il suo governo, primo tra tutti il ministro dell’Economia Daniele Franco. Ma anche estendendo il campo alle istituzioni internazionali notiamo che il partito delle figure vicine al premier è consolidato.

Alla Banca centrale europea Draghi ha lasciato un’eredità pesante: il rafforzamento del ruolo politico dell’istituzione di Francoforte è andato di pari passo con la crescita dell’interventismo sui mercati della Bce, culminato dal 2015 in avanti nel quantitative easing che ha avuto nei piani di acquisto anti-pandemia la sua naturale prosecuzione tra il 2020 e il 2021. Attualmente l’italiano più alto in ruolo nella Bce guidata da Christine Lagarde è l’economista Fabio Panetta. Romano, classe 1959, entrato in Banca d’Italia nel 1985, è rimasto dentro all’istituto di Via Nazionale fino al 2019, anno della sua chiamata quale membro del Comitato esecutivo della Bce, che ricopre dal gennaio 2020. Durante il mandato di Draghi, Panetta è stato promosso nel 2007 capo dello strategico servizio studi della Banca d’Italia e nel 2011 Direttore Centrale per il coordinamento della partecipazione della Banca d’Italia all’Eurosistema. Stimatissimo da Draghi, entrato nel toto-nomi per un ministero di peso, è oggi impegnato nel nuovo fronte del coordinamento delle strategie Bce per l’euro digitale ed è spesso consultato dal presidente del Consiglio, che assieme a lui e Ignazio Visco ha parlato durante la fase di studio prima delle consultazioni di febbraio.

Alla Bce un’altra, discreta presenza segna la continuità con l’era Draghi e la stabilità della nuova normalità fatta di politiche monetarie accomodanti e rifiuto dell’austerità. Parliamo del capo economista, l’irlandese Phillip Lane. Figura che nel luglio 2019 Il Foglio definì estremamente adatta ad “affiancare una presidente come Lagarde, il cui background politico e non tecnico aveva suscitato critiche riguardo la capacità della ex presidente del Fondo monetario internazionale di ricoprire il ruolo di banchiere centrale”. Dubbi più che legittimi se pensiamo ai disastri combinati dalla Lagarde con le frasi sugli spread e l’inazione delle prime settimane del Covid-19. Dopo le quali l’ex direttrice del Fmi è stata di fatto “commissariata” e le politiche della Bce, passando di fatto la mano delle strategie a Lane.

Il 51enne ex governatore della banca centrale irlandese è Lane stato il regista del Pandemic Emergence Purchase Plan con cui la Bce è tornata in campo contribuendo a sostenere i debiti dei Paesi colpiti dalla pandemia dopo lo scivolone della Lagarde. Comprendendo quanto l’impulso del capoeconomista sia decisivo sul piano dell’analisi economica e monetaria e della definizione della policy, nel 2019 Draghi ha sostenuto fortemente l’ascesa di Lane alla carica negli ultimi mesi del suo mandato, ritenendola la vera garanzia per la prosecuzione del suo operato. Ipotesi confermata dai fatti.

Anche alla Banca europea degli investimenti (Bei) è presente un fedelissimo di Draghi, Dario Scannapieco. Il vicepresidente della banca con sede in Lussemburgo è stato nominato da Draghi suo consigliere nel 1997 ai tempi del Tesoro e oggi è in lizza per la poltrona di ad di Cassa Depositi e Prestiti. Scannapieco è uno dei più importanti “Draghi boys” così come Draghi è stato il più brillante dei discepoli di Guido Carli e Carlo Azeglio Ciampi. La Bei è meno nota della Bce ma oltremodo strategica: è il braccio operativo dell’Unione europea per intervenire nelle politiche per la crescita. Finanzia lo sviluppo di investimenti pubblici per la crescita, il credito alle Pmi (attraverso la mediazione di banche locali) e la creazione di start-up innovative con modalità di venture capital. Anche in piena pandemia, dalla Bei in Italia sono arrivati nel 2020 12 miliardi di euro per progetti ad alta valenza strategica e il ruolo cruciale di Scannapieco, che ha deleghe pesanti sulla destinazione degli investimenti, segnala la valenza della casella occupata dall’economista che ha collaborato a lungo con Draghi.

Sul fronte della diplomazia, infine, l’uomo che cura gli interessi dell’Italia nell’era Draghi è l’ex consigliere diplomatico di Giuseppe Conte, ex ambasciatore in Germania e, per breve tempo, ex autorità delegata alla sicurezza della Repubblica, Pietro Benassi. Benassi ha sostituito l’uscente Maurizio Massari a primavera come ambasciatore italiano presso l’Ue venendo sostituito nel ruolo di consigliere diplomatico di Palazzo Chigi da Luigi Mattiolo, diplomatico di lungo corso, ex ambasciatore in Israele e Turchia chiamato a Roma nel mezzo della sua esperienza, in linea con quella con Benassi, di ambasciatore italiano a Berlino. A testimonianza che attraverso i canali diplomatici Draghi ha ben presente quale sia il governo-chiave con cui relazionarsi: quella Germania centrale in Europa e con la quale i rapporti sono costanti. Dal contenimento dell’austerità in campo Bce alla collaborazione per il Recovery Fund, la relazione è stretta e inevitabile. Draghi lo sa bene e ha scelto gli uomini ritenuti più esperti del contesto tedesco. I suoi uomini, che si aggiungono a una cerchia sempre più “politica” dopo il passaggio di Draghi dalla finanza alle istituzioni italiane.

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