A dieci anni dalla rivoluzione dei gelsomini, la Tunisia è nuovamente sull’orlo del baratro, con possibili conseguenze negative anche per l’Italia sul versante migratorioLa pandemia di Covid-19 sta ricreando le stesse condizioni che hanno scatenato la primavera araba: assenza di lavoro, tensione sociale e misure restrittive sono tutti episodi ricorrenti. Fa specie vedere centinaia di giovani tunisini che dieci anni fa erano solo dei bambini saccheggiare supermercati e incendiare negozi. Le autorità sembrano ancora in grado di contenere quelli che – per ora – appaiono come disordini non strutturati. L’impressione, tuttavia, è che ci sia qualcuno che abbia interesse a sobillare le proteste per mettere in imbarazzo la coalizione di maggioranza guidata dal partito islamico Ennahda, sia all’interno che all’esterno del Paese. L’asse Emirati Arabi UnitiArabia Saudita ed Egitto non ha mai nascosto la propria avversione per l’esperimento democratico tunisino. Se il governo dovesse cadere e si andasse alle elezioni anticipate, guarda caso il partito reazionario dei nostalgici del regime di Ben Ali (molto apprezzato nel Golfo) risulterebbe di gran lunga il più votato.

Occhi puntati su Biden

“I media del Golfo soffiano sul fuoco in Tunisia, ma non so quanto Abu Dhabi o Riad abbiano interesse a pestare i piedi agli Stati Uniti in un Paese dove Washington ha investito moltissimo in questi anni”, ha detto a InsideOver Umberto Profazio, associate fellow presso l’IISS e analista esperto di Maghreb della Nato Foundation. “D’altra parte, questo può rappresentare un primo importante test per la nuova amministrazione statunitense e per capire quale direzione intenderà prendere nella regione”, ha aggiunto l’esperto. “È ipotizzabile che Joe Biden voglia salvaguardare l’unico esperimento democratico sopravvissuto alla primavera araba, con tutti i difetti e le carenze che abbiamo visto al livello sociale ed economico: le proteste di oggi ne sono un esempio lampante”, ha spiegato ancora Profazio. A ben vedere, il rischio di instabilità non riguarda non solo la Tunisia, ma l’intero Nord Africa. Con l’eccezione forse dell’Egitto, unico Paese della regione che ha visto una crescita economica nel 2020, la pandemia di coronavirus ha duramente colpito tutti i Paesi rivieraschi. Il Marocco si è visto azzerare gli introiti del turismo. L’Algeria ha subito un brusco calo dei prezzi del petrolio e del gas su cui si poggia l’intera economia. Nella Libia falcidiata dai conflitti potrebbe scoppiare una nuova rivolta del pane, causata dalla svalutazione del dinaro e dalla carenza di farina.

Cambio di governo

Il premier tunisino Hichem Mechichi ha recentemente varato un profondo rimpasto di governo cambiando ben undici ministri: fuori gli esponenti vicini al capo dello Stato Kais “Robocop” Saied, dentro dei tecnici vicini allo stesso capo del governo, al movimento islamico Ennahda e al partito populista Qalb Tounes. L’Assemblea dei rappresentanti del popolo voterà la fiducia il 26 gennaio. Il premier ha bisogno del voto favorevole di 109 deputati su 217. Sulla carta il governo Mechichi II ha già la fiducia in tasca, ma nell’attuale contesto di forte instabilità nulla è impossibile. Lo scenario alternativo, quello delle elezioni, porterebbe al potere i nostalgici dell’ex presidente Ben Ali. Stando a un recente sondaggio di Tunisia Survey sulle intenzioni di voto, infatti, il 23 per cento degli intervistati sceglierebbe il Partito dei costituzionalisti liberi (Pdl) della vulcanica Abir Moussi; il 9,4 per cento voterebbe per Ennahda; il 9,1 per cento voterebbe per la coalizione islamica radicale di Al Karama guidata da Seifeddine Makhlouf, accusato in patria di essere “l’avvocato dei terroristi”.

AAA cercasi leader

Secondo il giornalista, scrittore, drammaturgo e analista politico tunisino, Soufiane Ben Farhat, la Tunisia sta attraversando una crisi che mette in discussione l’intero apparato statale post-rivoluzione. “C’è uno stupore generale, non tanto per il fallimento del governo, come era all’epoca di Ben Ali, ma anche dello Stato”, afferma il giornalista ad Agenzia Nova. Una vera e propria crisi di legittimità che la politica fatica ad affrontare, anche per l’assenza di leader carismatici . “Il presidente della Repubblica parla di complotti, ma nello stesso tempo non ha un partito, né possibilità di manovrare il governo. Anche la classe politica è in crisi, al punto che si parla di partitocrazia come era una volta in Italia”, aggiunge il giornalista e analista politico. “In Tunisia c’è una situazione che assomiglia molto a quello del Libano: abbiamo tre presidenze disunite, una crisi strutturale e una delusione generale per una rivoluzione che dopo dieci anni ci ha fatto guadagnare libertà di stampa e di parola, ma al livello economico e sociale è stata un fallimento”.

E l’Italia?

Per l’Italia la priorità numero uno è scongiurare un vuoto di potere che potrebbe portare a un ulteriore incremento dei flussi migratori, già aumentati del +385 per cento nel 2020 anno su anno (da 2.654 a 12.883 ingressi illegali via mare). Il governo di Roma ha bisogno di parlare con un esecutivo tunisino compatto e unito, in grado di prendere decisioni rapide e possibilmente con un allineamento internazionale simile. La compagine governativa che si sta delineando in Tunisia ha al suo interno una forte componente dei Fratelli musulmani, rappresentata dal movimento Ennahda che per quanto si professi indipendente proviene dalla stessa famiglia del Partito di Giustizia e costruzione (Akp) del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan. Non a caso a dicembre la Tunisia ha raggiunto un accordo per l’acquisto di tre droni “Anka-S” della Turkish Aerospace Industries (Tai). L’intesa da 80 milioni di dollari (interamente finanziato dalla Turk Eximbank), spiega un report della Nato Foundation, comprende anche tre stazioni di terra e l’addestramento di 52 piloti e personale di manutenzione dell’Aeronautica militare tunisina, in Turchia. Un accordo “che rischia di creare ulteriori attriti a Tunisi e che va ad aggiungersi alle difficoltà esistenti tra il presidente Kais Saied e il primo ministro Hichem Mechichi”, sottolinea infine Profazio. Se il governo della Tunisia dovesse cadere, a rimetterci sarebbe dunque anche e soprattutto la Turchia.