Secondo quanto riportato dall’agenzia d’informazione Tass, la difesa aerea russa si è trovata “costretta” a far alzare bel 19 volte i suoi intercettori nelle scorse settimana per identificare velivoli “sconosciuti” che erano in prossimità dello spazio aereo della Federazione Russa e poteva rischiare una “violazione”. Voli di ricognizioni effettuati da velivoli “stranieri” si sono registrati per tutto il mese, e nell’ultima decade di ottobre.

“Jet da combattimento russi sono decollati 19 volte” per condurre “missioni di intercettazione nelle ultime settimane” ha scritto l’agenzia d’informazione, rifacendosi a quanto asserito dal quotidiano Krasnaya Zvezda (Stella Rossa), che ha citato fonti accreditate del Ministero della Difesa russo – fonti che però si solito compaiono direttamente su portali più noti (come appunto Tass e Ria Novosti). Secondo il ministero della Difesa sarebbero stati 23 i contatti radar associali ad aerei di potenze straniere hanno condotto ricognizioni in prossimità dei confini russi, con il rischio dunque, di violare lo spazio aereo nazionale. Questo rischio è stato evitato, affermano al ministero della Difesa, attraverso la procedura standard di far decollare caccia intercettori – sovente Sukhoi Su-27 e Su-30 – che si sono diretti a velocità supersoniche verso quelli che da noi i radaristi della Nato sono soliti chiamare “bogey” (nome in codice per un “contatto aereo non identificato”). Di solito i bogey per l’Alleanza Atlantica si rivelano essere, almeno nei cieli del Mare del Nord e a ridosso degli spazi aerei di paesi Baltici e Alaska, dei bombardieri a lungo raggio russi: Tupolev Tu-95 (identificativo Nato “Bear”).

La Difesa di Mosca ha affermato che per evitare questi “sconfinamenti” sono stati fatti decollare in gran fretta un gran numero di piloti russi, con il risultato complessivo di ben 144 sortite partire da 46 basi Forze aerospaziali (Vks) in tutto il mese di novembre e alla fine di ottobre. Ma chi può voler violare lo spazio aereo russo?

Escludendo l’Ucraina, che rischierebbe una nuova escalation dopo quella innescata dall’incidente nello stretto di Kerch, le ipotesi ricadono sui numerosi paesi della Nato che confinano a est con la Russia e secondo il Cremlino vorrebbero “testare i confini della Russia nel Mar Baltico e nel Mar Nero”. In alcuni casi – documentati – gli aerei in volo lungo i confini russi si sono rivelati essere, al pari della controparte, dei bombardieri strategici a lungo raggio B-52 “Strafortress” in esercitazione. Motivo per il quale il ministero della Difesa di Mosca ha sempre richiesto all’amministrazione statunitense di “non continuare a svolgere tali esercitazioni” di questo tipo in prossimità dei propri confini. Richiesta rimasta inascoltata dal Pentagono , che ha sempre ignorato appelli di questo genere: si trattasse della prossimità dello spazio aereo russo o delle isole militarizzate da Pechino nel bel mezzo del Mar Cinese.

Come riportato da Analisi Difesa infatti, gli “Stati Uniti e i loro alleati della Nato inviano regolarmente bombardieri, aerei da ricognizione e droni a Est per testare i confini della Russia nel Mar Baltico e nel Mar Nero”, sostengono i russi; ma non c’è nulla di dissimile dalle accuse mosse dai paesi della Nato nella fascia baltica, e di altri stati come la Corea del Sud e il Giappone, che hanno più volte chiesto a Mosca di smettere di volare al ridosso dei propri spazi aerei per non rischiare sconfinamenti e la necessaria intercettazione da parte dei velivoli militare adibiti allo stesso compito i piloti russi sono stati costretti ad “eseguire”.