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Nel giro di pochi giorni, il più diffuso quotidiano italiano ha pubblicato due editoriali di firme prestigiose, Federico Rampini e Antonio Polito, di argomento analogo. In Italia non si manifesta per Navalny, diceva Rampini. In Italia non si protesta per Oleg Orlov, solo due anni fa premio Nobel con l’organizzazione Memorial e ora condannato a due anni e mezzo di carcere solo per aver criticato il regime russo e la guerra in Ucraina. Come dar loro torto? Però…

Una decina di giorni fa, la stampa italiana si è data da fare per sfottere la ventiduenne Irene Cecchini, la ragazza italiana che studia a Mosca e che in Russia sembra un po’ Alice nel paese delle meraviglie. Poiché gli attenti sono pochi e meno ancora quelli che capiscono la lingua, quasi nessuno ha notato ciò che Irene ha detto, in un russo perfetto, a Vladimir Putin dal vivo: e cioè, che bisognerebbe introdurre in russo la parola “impatriazija” (una cosa tipo “impatriamento”, “adozione di una patria”), ovvero il desiderio di inserirsi in una società (quella russa, ovvio) dove i valori tradizionali sono rispettati e praticati. Se lo avessero fatto, nell’Italia del fluido e del queer, chissà che si sarebbe detto. Negli stessi giorni, però, un’altra grande firma è andata in Tv a dire con tranquillità che se gli israeliani ammazzano 30 mila palestinesi è comunque colpa di Hamas. Ragionamento al cui confronto la legge del taglione è una straordinaria conquista civile.

Ora, Rampini e Polito ragionano molto meglio di così, ovvio. Però ugualmente non convincono. Verrebbe da chiedere loro: quanti articoli (non diciamo manifestazioni di piazza) avete scritto sui 146 minori palestinesi che a fine novembre erano detenuti senza processo né condanna (detenzione amministrativa, si chiama) nelle carceri di Israele, come testimonia l’organizzazione israeliana B’tselem? Che avete scritto, all’epoca, dell’invasione anglo-americana dell’Iraq? Se eravate anche voi tra quelli che sostenevano la legittimità dell’intervento a causa del pericolo delle (inesistenti, come sappiamo) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, avete poi fato mea culpa? E se non lo eravate, non vi parrebbe corretto chiedere che anche George Bush e Tony Blair, che mentirono al mondo intero per giustificare la loro aggressione, diventino oggetto di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale? Perché invadere l’Ucraina dicendo che è un regime nazista e un covo di armi Nato che minacciano la Russia somiglia molto a dire che l’Iraq è un covo di armi chimiche e minaccia l’Occidente. O no?

Un altro esempio. Nelle Primavere arabe del 2011 gli sciiti, grande maggioranza della popolazione del piccolo Bahrein, hanno provato a scrollare il regime oppressivo della minoranza sunnita. Subito l’Arabia Saudita ha mandato i carri armati per soffocare i moti, con la benedizione del premio Nobel per la Pace Barack Obama. Roba da scandalizzarsi, no? Perché la libertà è la libertà, dovrebbe essere un diritto di ognuno, a qualunque latitudine e longitudine. Mica solo a Hong Kong, giusto? Avete scritto di Mirotvorez, il sito gestito dai servizi segreti ucraini, che mette all’indice come “nemici dell’Ucraina, terroristi, criminali”, chiunque osi criticare le azioni del Governo e stampiglia “eliminato” sull’immagine di coloro che vengono uccisi o muoiono? Sulla lista c’era anche Henry Kissinger (aveva detto che bisogna fare la pace, pensa un pò), c’è tuttora Edward Luttwak e ci sono diversi giornalisti italiani. Che potranno pure sostenere tesi sgradite a Kiev, ma meriterebbero (sempre per via della libertà di parola) un po’ di solidarietà. Avete obiettato quando Zelensky ha detto che l’Ucraina, nel respingere l’aggressione russa, ha perso 31 mila soldati, una cifra così insostenibile che gli americani si vergognano a ripeterla? E di Julian Assange che si dice? Paragonarlo a Navalny non è corretto, ma resta il fatto che sta per prendersi due o tre ergastoli per aver denunciato cose vere: le torture americane nel carcere iracheno di Abu Ghreib, le porcherie di Hillary Clinton e amenità varie. Certo, nel farlo ha violato segreti di Stato Usa con Chelsea Manning, cosa che alla Casa Bianca non può piacere. Ma a noi tutti dovrebbe piacere eccome, visto che era tutto vero. È la verità che rende liberi, non la ragion di Stato. E invece no, si capisce che vederlo finir male dà soddisfazione. Magari non a voi personalmente, ma certo ai giornali che a lungo l’hanno dipinto (copiando come al solito dal New York Times) come una spia di Putin.

Sono domande un pò provocatorie, certo. Ma servono per introdurre la domanda vera. Questa: se l’opinione pubblica è così polarizzata, se manifesta “per gli amici” e se ne frega “dei non amici”, voi intellettuali, scrittori, giornalisti, ospiti fissi delle trasmissioni Tv, non vi sentite un pò responsabili? Non credete di aver seguito più o meno lo stesso metodo dalle tribune importanti che vi siete guadagnati negli anni? Per esempio usando con insistenza il termine “errore” quando si tratta del nostro mondo (errore l’Iraq, la Libia, la Siria, Gaza…) e quello “crimine” (o analoghi) quando si tratta dei mondi altrui? Insomma: io sono un realista, credo nella politica e accetto mio malgrado il fatto terribile che in suo nome si possono commettere ingiustizie anche terribili, cercando un bene collettivo superiore. Ma se la mettiamo sul piano dei valori (libertà, parola, vita, religione, uguaglianza e così via) allora ogni distinguo cade. Se non valgono per tutti non valgono per nessuno. Come dice Polito per Orlov, ma forse non per altri.

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