Nel 2013, quando il presidente Barack Obama considerava l’idea di bombardare la Siria in risposta alle accuse di uso di armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad, il rappresentante democratico Tim Walz, del Minnesota, prese una decisione insolita. Rappresentante di un distretto rurale nel Sud del Minnesota, Walz si recò presso un negozio di alimentari locale e chiese a ogni cliente che usciva dal negozio se fosse favorevole a un bombardamento in Siria. Ogni singola persona rispose negativamente.
Questo episodio colpì profondamente Walz, tanto che raccontò la storia in seguito. La risposta unanime della sua comunità lo fece riflettere sul fatto che i suoi elettori non desideravano ulteriori interventi militari. Questa consapevolezza influenzò notevolmente il suo voto contro l’intervento in Siria e contribuì a modellare la sua evoluzione come fermo difensore dei poteri di guerra del Congresso.
Durante il suo mandato al Congresso, Walz, ora candidato alla vicepresidenza con Kamala Harris, si è distinto come un fervente sostenitore della necessità di limitare i poteri presidenziali in materia di guerra. Già candidato alla Camera nel 2006 con una piattaforma contro la guerra in Iraq, Walz ha partecipato attivamente a diversi sforzi per evitare che gli Stati Uniti intraprendessero una nuova guerra in Siria e ha co-sponsorizzato ogni risoluzione sui poteri di guerra che mirava a rafforzare l’autorità del Congresso sul ruolo degli Stati Uniti nella guerra in Yemen.
La candidatura di Walz e Harris segna una novità nella storia politica americana, con una ticket presidenziale unito nel sostenere interpretazioni legali che limitano i poteri di guerra presidenziali. Dopo il disastro della guerra in Iraq, i democratici hanno assunto posizioni più decise contro la nozione dell’amministrazione Bush di poteri presidenziali illimitati in tempo di guerra. Tuttavia, durante l’amministrazione Obama, pur adottando un approccio più limitato, non si rinunciò ai poteri espansivi ereditati dai precedenti. Al contrario, Walz e Harris hanno preso posizioni chiare a favore dell’uso della legislazione per limitare tali poteri.
Entrambi hanno sostenuto la Risoluzione sui Poteri di Guerra in Yemen del 2019, che ha rappresentato una svolta storica essendo la prima del genere ad essere approvata da entrambe le camere del Congresso. Questa risoluzione obbligava il presidente a ritirare le truppe statunitensi da qualsiasi ostilità in Yemen non autorizzata dal Congresso. Tale legislazione sottolineava l’importanza del ruolo costituzionale del Congresso nella decisione di entrare in guerra, limitando il potere esecutivo e prevenendo interventi militari non approvati.
Il percorso politico di Walz, tuttavia, non è stato privo di evoluzioni. Inizialmente, durante la guerra in Libia nel 2011, sostenne l’intervento, ma col tempo riconobbe l’errore, soprattutto dopo che lo stesso Obama definì l’intervento il “peggior errore” della sua presidenza. Questa esperienza rafforzò la convinzione di Walz nella necessità di limitare i poteri di guerra presidenziali, portandolo a sostenere la revoca e la riformulazione delle Autorizzazioni all’Uso della Forza Militare (AUMF) del 2001 e 2002, leggi che hanno giustificato la “guerra al terrore” in diversi paesi senza ulteriore approvazione del Congresso.
Oggi, con la guerra in Gaza e il coinvolgimento degli Stati Uniti in Yemen, la questione dei poteri di guerra è più rilevante che mai. La candidatura di Walz e Harris offre speranza a coloro che sostengono una politica estera americana più pacifica e rispettosa della costituzione. Tuttavia, resta da vedere se, una volta al potere, manterranno le loro posizioni o se le dinamiche politiche li porteranno a rivedere il loro approccio.
In sintesi, Tim Walz, da soldato della Guardia Nazionale a difensore dei poteri di guerra del Congresso, rappresenta un esempio di come le esperienze personali e la volontà di ascoltare i propri elettori possano influenzare profondamente le scelte politiche, soprattutto in un campo delicato come la politica estera e la guerra.

