La geopolitica della corsa allo spazio
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Tutti gli occhi, quando si parla di asse sunnita nel Golfo, sono rivolti al rampollo dei Saud, Mohammed Bin Salman: principe ereditario a 33 anni, in un paese tradizionalmente governato da ottuagenari, alla ribalta a Washington per l’amicizia con il genero di Donald Trump, Jared Kushner, la “stella” di Mbs (questo l’acronimo con il quale viene identificato all’estero) è però un po’ offuscata da quando l’Arabia Saudita risulta impelagata nel pantano yemenita e da quando il giornalista Jamal Kashoggi scompare nel nulla e risulta poi ucciso all’interno del consolato saudita di Istanbul. Così adesso i riflettori vengono puntati su quello che viene considerato quale vero leader emergente della regione: Mohammed Bin Zayed, principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti.

Da Mbs a Mbz

Questione di acronimi e di lettere scambiate dei nomi, ma non solo: Mohammed Bin Zayed appare in realtà quasi un maestro dello stesso principe ereditario saudita, più cronache da Riad riportano la circostanza secondo cui Mohammad Bin Salman in qualche modo studia da principe ereditario osservando il “collega” emiratino. Da Mbs a Mbz è dunque un attimo.

Ma la storia politica del rampollo della famiglia Al Nahyan inizia da molto tempo prima di quella del principe ereditario saudita. Nonostante la stessa nomina nei loro rispettivi Paesi, tra i due c’è almeno una generazione di differenza: Mbz nasce infatti nel 1961, oggi ha 58 anni e dunque più che un rampollo vero e proprio è un leader de facto degli Emirati, che da anni studia quale futuro regnante di Abu Dhabi. Tutto inizia quando Mbz ha quasi la stessa età che Mbs ha adesso. È il 1991, il Medio Oriente è in subbuglio dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein e lui, fresco di scuola militare inglese dove impara a pilotare elicotteri, preme per entrare nelle grazie Usa. Sa bene che a Washington hanno bisogno di solidi alleati per intraprendere la campagna militare che da lì a breve porti gli Stati Uniti al primo scontro frontale con Saddam. E così convince il padre, nonché regnante e fondatore degli Emirati Arabi Uniti vent’anni prima, ad immettere quattro miliardi di Dollari nelle casse del Tesoro americano che in quel momento ha bisogno di soldi per non avere grossi patemi durante l’imminente conflitto.

È la svolta più importante nella storia del suo regno, che personalmente gli vale anche l’accesso a molte stanze importanti in quel di Washington. E spesso, da qui in avanti, c’è il suo zampino nelle politiche americane nella regione. Da adesso, ogni qualvolta gli Usa provano a sondare il campo per azioni di natura politica o militare in medio oriente da Washington rintracciano spesso Mbz.

Uno dei leader più ascoltati da Trump

Lui nel frattempo studia da sovrano: suo padre muore nel 2004 e lascia al primogenito Khalifa bin Zayed, attuale leader. Mohammad Bin Zayed ne diventa l’erede ma ad Abu Dhabi è di fatto proprio lui a tirare maggiormente le fila. Sia nella politica interna che estera, Mbz è l’ago della bilancia di ogni strategia messa in campo lungo le sponde del Golfo. Strategie basate sullo sfruttamento delle ingenti entrate grazie alle risorse petrolifere, grazie a politiche di soft power e di finanziamento agli alleati della regione che fanno degli Emirati uno degli Stati più importanti oramai per gli equilibri del mondo arabo. Basti pensare al ruolo di Abu Dhabi nella guerra in corso alle porte di Tripoli, con Mbz che sostiene apertamente Khalifa Haftar assieme ai Saud. Del principe ne parla di recente anche un articolo del New York Times, secondo cui è lui il vero leader più potente del mondo arabo. Ed a Washington il presidente Donald Trump spesso e volentieri, secondo il quotidiano newyorkese, si rivolge a Mbz per consultarsi in merito le politiche in Medio Oriente.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Certamente con Mbz in grado di indirizzare la politica del suo Paese, gli Emirati diventano attori importanti e quasi imprescindibili della regione. Non più soltanto importanti mercati trainati dalla pioggia di petrodollari, i sette emirati di cui è composto il paese sono adesso anche interlocutori politici con cui fare i conti. Spesso però molte scelte sono tanto errate quanto discutibili. A partire dall’accentuazione del confronto tra mondo sunnita ed Iran, dietro cui vi è lo zampino di Mbz. Passando poi per il conflitto nello Yemen, che uccide ogni giorno centinaia di cittadini tra bombe e fame. Senza dimenticare il braccio di ferro con il Qatar, dove più di un elemento va storto visto che Doha a distanza di due anni non è affatto isolata per come gli architetti dell’embargo imposto da Riad (tra cui figura per l’appunto Mbz) immaginano nel 2017.

Se è vero dunque che il principe ereditario emiratino è l’uomo politico più ascoltato tra gli arabi, così come dallo stesso Trump, è vero pure che chi lo ascolta dovrebbe prendere in considerazione anche una certa prudenza nel seguire sue determinate direttive. Mbz del resto è molto pratico nel soft power e nella cura dell’immagine della federazione degli Emirati: da un lato, come dimostra anche la recente visita di Papa Francesco ad Abu Dhabi, il governo emiratino si mostra aperto e dialogante, ma la realtà poi parla di scelte anche aggressive ed a volte profondamente errate.

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