Mohammad Bagher Ghalibaf è uno di quei rappresentanti della Repubblica Islamica che appare senza turbante e senza abiti tradizionali. Esattamente come il presidente Masoud Pezeshkian e come il defunto segretario del consiglio di sicurezza nazionale, Alì Larijani. Ghalibaf quindi è il membro della componente “laica” della teocrazia, un politico non appartenente al clero sciita ed esterno alla gerarchia religiosa. Questo ne fa un interlocutore “credibile”, almeno agli occhi degli statunitensi e non solo. Chi cerca sponde dentro Teheran, scava infatti nell’elenco di quegli esponenti sì conservatori (e dunque in grado di non urtare molto le Guardie della Rivoluzione) ma esterni al clero. In grado quindi, potenzialmente, anche di guidare un’eventuale transizione. Non è quindi da prendere sottogamba l’indiscrezione, apparsa nei giorni scorsi nei media israeliani, secondo cui sia stato proprio Ghalibaf ad avere contatti con emissari statunitensi.
Un “falco” ritenuto pragmatico
Il ruolo per cui oggi Ghalibaf è conosciuto ed è molto preso in considerazione, è quello di presidente del Parlamento. Con l’uccisione di Larijani, la sua è una delle poche posizioni ricoperte dai laici che possano avere ancora una certa importanza all’interno della Repubblica Islamica. A suo favore, gioca anche una certa esperienza all’interno della politica iraniana. Nel 2005 ha preso infatti il testimone di sindaco di Teheran da Mahmoud Admadinejad, eletto in quell’anno presidente. Nella capitale è rimasto primo cittadino per 12 anni, fino a quando nel 2017 è entrato in Parlamento. Dal 2020, così come designato dai partiti più conservatori, è stato nominato numero uno dei parlamentari iraniani.
Nato nella regione orientale di Razavi Khorasan, la politica per Ghalibaf non ha però rappresentato il primo impegno. In realtà, il suo nome ha iniziato a essere conosciuto in ambito militare per via del suo ruolo di pilota dell’aeronautica. L’ingresso nell’agone politico si è avuto gradualmente, grazie anche ai contatti da lui avviati con alcuni ambienti delle Guardie della Rivoluzione. Importante in tal senso l’incarico avuto nel 1996 come amministratore di Khatam al-Anbia, società di ingegneria di Teheran ricollegabile ai Pasdaran. La sua vicinanza al nucleo più duro della rivoluzione islamica gli è quindi valsa la nomina di falco. Ma, al tempo stesso, i vari ruoli ricoperti hanno contribuito ad assegnarli anche un’immagine di politico pragmatico.
Figura non molto popolare
Tra gli aggettivi usati per descriverlo, raramente appare quello di “popolare”. Ghalibaf si è candidato tre volte alla presidenza, mai però è riuscito ad andare oltre il 17%. Non sembra quindi avere una grande presa sull’elettorato e sull’opinione pubblica. Inoltre, a differenza di Larijani, non ha dalla sua nemmeno la stima e la credibilità di una fetta importante dell’apparato di potere. Pesano alcune vecchie accuse di corruzione risalenti all’epoca della sindacatura a Teheran, quando all’interno della capitale iraniana diverse voci hanno parlato di sospette vendite di terreni a favore di funzionari governativi.
Non solo, ma nel 2022 assieme alla sua famiglia è stato implicato nel cosiddetto “LayetteGate“. Ossia lo scandalo mediatico nato dalla diffusione di foto che lo hanno ritratto all’aeroporto di Teheran, di ritorno da Istanbul, con 20 bagagli al seguito. Tra questi, figuravano anche oggetti di lusso e corredini per neonato. In molti, all’interno dell’opinione pubblica, hanno giudicato “ipocrita” il comportamento di Ghalibaf. Il quale, negli anni, ha sempre criticato chi sceglie la via del lusso e ha invitato ad acquistare oggetti prodotti in Iran. La polemica non si è fermata nemmeno con la condanna a due anni del blogger che ha messo in circolazione le foto, anzi ulteriori critiche contro Ghalibaf sono sorte quando si è scoperto l’acquisto di appartamenti di lusso, sempre a Istanbul, da parte di alcuni suoi parenti stretti.
Potrà davvero essere un interlocutore?
Ad ogni modo, se il presidente del Parlamento potrà o meno essere un interlocutore dipenderà molto da diversi fattori interni ed esterni. A livello interno, occorre capire se per davvero il suo nome sarà in grado di sostituire quello di Larijani. Quest’ultimo, per molto tempo è stato il collante perfetto dei vari complessi meccanismi che regolano la vita della Repubblica Islamica. L’alternanza di luci e ombre nel passato di Ghalibaf potrebbe non dare all’attuale presidente del Parlamento la stessa autorevolezza di Larijani.
Tra i fattori esterni, occorre annoverare ovviamente la volontà di Usa e Israele di trovare qualcuno con cui trattare. Se Washington volesse attuare a Teheran la strategia venezuelana, arrivando cioè a piazzare al timone una persona più vicina ai propri interessi senza però dar vita a un regime change, Ghalibaf potrebbe realmente essere preso in considerazione. Questo giovedì, il Wall Street Journal ha riportato la notizia della cancellazione dei nomi di due alti funzionari iraniani dalla lista di obiettivi statunitensi e iraniani: il primo nome è quello del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, l’altro è quello proprio di Ghalibaf.