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1988, Cile. Il Paese va verso il referendum decisivo per la permanenza al potere del generale Augusto Pinochet, in sella alla presidenza da quando, guidando il golpe dell’11 settembre 1973, aveva destituito il leader socialista Salvador Allende. Negli spot per il Sì di un referendum che il generale poi perderà appare l’appoggio esplicito di un 22enne studente di Giurisprudenza, José Antonio Kast, che definisce le mosse della dittatura “direttamente benefiche” per il Paese e i suoi coetanei.

Kast, da figlio di ufficiale nazista a presidente

Ultimo di dieci fratelli, Kast è figlio di di Michael Kast (1924-2014), ufficiale della Wehrmacht nato in Baviera e fuggito dopo la Seconda guerra mondiale e la disfatta della Germania in seguito al rifiuto del “Certificato di Denazificazione” da parte delle autorità della Repubblica Federale Tedesca, che consentiva agli ex ufficiali di tornare alla vita civile e accedere alle cariche pubbliche senza preclusioni. Trentasette anni dopo essere comparso nel video, quel giovane studente è stato avvocato, deputato, tre volte candidato alla carica di capo dello Stato. E dal prossimo 11 marzo sarà presidente.

Kast, al terzo tentativo dopo i voti del 2017 e del 2021, ha infatti vinto ieri il ballottaggio presidenziale per scegliere l’erede del capo di Stato progressista Gabriel Boric, sconfiggendo la candidata della sinistra unita e leader del Partito Comunista Cileno Jeannette Jara con un netto 58,1% contro il 41,9% della sfidante. La sua vittoria mostra l’oscillazione del pendolo storico del Cile. Paese che ha compiuto dal 1988 a oggi un’evoluzione democratica senza precedenti in America Latina ma in cui la memoria storica della dittatura è ancora viva, tanto che la Costituzione è ancora quella approvata nel 1980 dalla dittatura e i tentativi di sostituirla (l’ultimo nel 2022) sono falliti.

L’agenda Kast per il Cile

Kast ha vinto le elezioni presentandosi alla guida del suo Partito Repubblicano sulla scia di un’agenda politica centrata su sicurezza, crescita economica, lotta alla criminalità e con un approccio ancora più conservatore della tornata del 2021, quando al ballottaggio fu battuto da Boric.

“Kast promette di espandere e modernizzare le infrastrutture carcerarie cilene, comprese le strutture di massima sicurezza”, nota Americas Quarterly, mentre al contempo in campo economico si ispira al presidente argentino Javier Milei e “suo programma prevede di aumentare il tasso di crescita annuo del PIL al 4% (il FMI 
prevede un’espansione economica del 2% per quest’anno), ridurre l’aliquota dell’imposta sulle società e tagliare la spesa pubblica di 6 miliardi di dollari in 18 mesi”.

Kast e Pinera, destini incrociati

La spinta ad applicare profonde riforme neoliberali dell’economia è tipica della destra cilena e come il predecessore Sebastian Pinera, presidente dal 2010 al 2014 e dal 2018 al 2022, Kast ha un legame coi “Chicago Boys” che consigliarono e sostennero il regime nelle sue riforme pro-mercato. Nel 1980, dopo due anni di mandato, José Pinera, padre del futuro presidente, lasciò la carica di Ministro del Lavoro.

Gli succedette Miguel Kast, fratello maggiore del presidente eletto, nato nel 1948, giovane talento dell’economia che per due anni ricoprì l’incarico e fu per pochi mesi, dall’aprile al settembre 1982, presidente della Banca centrale cilena. Nominato poi professore alla Pontificia Università Cattolica del Cile, morì per un tumore fulminante nel 1983. José Antonio Kast ne ha raccolto l’influenza politica.

Da Pinochet a Orban e al Cpac

Kast non ha mai rinnegato esplicitamente il suo antico sostegno alla dittatura di Augusto Pinochet ma si è ben guardato dal metterlo in mostra in questa tornata elettorale, preferendo inserirsi in due correnti politiche ben più indirizzate. Da un lato, quella che mira al riflusso contro le amministrazioni di sinistra in America Latina e spinge sulla lotta agli oggettivi problemi connessi alla violenza e al narcotraffico nei Paesi del Cono Sud.

Dall’altro, l’inserimento nel trend dominante della destra mondiale a guida statunitense e conservatrice. Kast, scrive El Pais, “ha partecipato a 
summit di leader dell’estrema destra mondiale , come la Conservative Political Action Conference (CPAC) negli Stati Uniti e la convention Vox a Madrid, dove ha incontrato lo spagnolo Santiago Abascal, il presidente salvadoregno Nayib Bukele e il primo ministro ungherese Viktor Orbán, tutti Paesi che ha visitato durante la sua campagna per promuovere le loro idee in Cile”. 

A novembre Kast è passato da Bruxelles per incontrare i membri del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei e poi da Roma per incontrare il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che si è congratulata col presidente eletto del Cile sottolineando che con lui al potere i rapporti tra Roma e Santiago “diventeranno ancora più forti”.

Le sfide di Kast

I fiumi di molte storie confluiscono dunque nella politica cilena odierna. Il cui pendolo ha preso a compiere oscillazioni più ampie. Dai presidenti di centro-sinistra e centro-destra del post-regime siamo passati a scelte più radicali. Prima Boric, ora Kast, in un confronto politico che nel presente del Cile mette in campo molto della lettura del passato.

Tutto questo mentre il futuro resta incerto e al pari di Milei in Argentina e, prima di lui, Jair Bolsonaro in Brasile, Kast dovrà partire da un presupposto chiaro: come potrà un’agenda occidentalista, pro-mercato e conservatrice essere messa in campo in parallelo a uno stato dell’arte che vede un ridotto dinamismo economico interno e, soprattutto, una presenza cinese preponderante nel mix commerciale di Santiago? La quadratura del cerchio sarà complessa per l’ex giovane manifestante pro-Pinochet ora chiamato a risollevare un Cile diviso e polarizzato.

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