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Ci sono le “impronte” dei Clinton sul dossier Steele che avrebbe dovuto provare i rapporti fra Donald Trump e la Russia. È ciò che sta sempre più emergendo dall’indagine del procuratore speciale John Durham sulle origini del Russiagate. Lo scorso 4 novembre Durham, nominato dall’ex Attorney general William Barr nel 2019, ha incriminato Igor Danchenko, analista russo che vive negli Stati Uniti. Secondo quanto riportato dall’Economist, l’accusa sostiene che Danchenko abbia consapevolmente mentito all’Fbi circa le informazioni che ha passato all’ex spia britannica Christopher Steele, autore del famoso dossier sui presunti rapporti tra Trump e il Cremlino: dossier che poi si è rivelato essere completamente infondato. Sempre secondo l’accusa, l’analista russo incriminato da Durham – uscito su cauzione – avrebbe inventato le informazioni che ha fornito o ottenuto parti di esse da una persona molto vicina ai Clinton, Charles Dolan Jr; quest’ultimo avrebbe a sua volta mentito all’analista russo sui rapporti fra Trump e la Federazione Russa, menzionando incontri che nella realtà non sono mai avvenuti.

Le mani dei Clinton sul dossier Steele

Dolan è un uomo di fiducia ai Clinton: ha condotto le campagne di Bill Clinton del 1992 e del 1996, è stato consigliere della campagna presidenziale di Hillary Clinton del 2008 e, come riporta l’accusa, “ha attivamente condotto una campagna e partecipato a serate ed eventi come volontario per conto di Hillary Clinton” nel 2016. Si riaccende dunque l’attenzione sul tentativo della Campagna della Clinton di incastrare Trump: Kimberley Strassel, editorialista del Wall Street Journal, spiega che queste nuove accuse dimostrano come il “dossier Steele” dovrebbe in realtà essere chiamato “dossier Clinton”. Come sottolinea l’Economist, è altresì una sconfitta per i media liberal che avevano montato il caso all’epoca: “Il dossier Steele – scrive l’autorevole quotidiano – è stato presentato da molti nei media di sinistra come un’indagine altamente credibile da parte di un ex spia britannica molto rispettata, con fonti che provenivano dalla Russia stessa. In realtà, venivano da persone al di fuori della Russia come il signor Danchenko, che apparentemente ha raccolto informazioni leggendo giornali e bevendo con gli amici”.

Ironia della sorte, come nota il Washington Examiner, se c’è qualcuno che ha stretti legami con il governo russo è proprio Dolan che, secondo l’accusa, ha effettivamente lavorato per il governo russo e per una società energetica statale dal 2006 al 2014, gestendo le sue “relazioni globali”. In tale veste ha “interagito spesso” con la “leadership senior della Federazione russa”. Paradossalmente, quindi, è stata la campagna di Clinton, attraverso Dolan, ad avere stretti legami con Mosca, e non Trump.

Terza incriminazione per Durham

La notizia dell’incriminazione di Danchenko arriva a poche settimane dalla presentazione di un atto d’accusa richiesto sempre dal consigliere speciale John Durham nei confronti Michael Sussmann. Chi è Sussmann? Un avvocato di Washington, Dc che ha lavorato con il suo studio per la campagna presidenziale della candidata dem Hillary Clinton. Durham, il procuratore federale incaricato di indagare sulle origini delle indagini sul Russiagate, ha preso di mira Sussmann per aver mentito circa i rapporti con la sua illustre cliente all’agente federale James Baker mentre raccontava all’Fbi di presunte prove digitali che avrebbero collegato i computer della Trump Tower alla banca russa Alfa.

Nel caso di Sussmann, l’avvocato avrebbe dichiarato a Baker che di non lavorare per alcun cliente mentre gli forniva informazioni sensibili su Donald Trump, anche se le fatture di Perkins Coie ottenute da Durham mostrano chiaramente che l’avvocato stava collaborando per la campagna di Hillary Clinton. A gennaio, Durham ha inoltre ottenuto una dichiarazione di colpevolezza da un agente dell’Fbi, Kevin Clinesmith, per aver mentito alla corte Fisa e aver inviato un’e-mail modificata al fine spiare l’ex funzionario della campagna di Trump, Carter Page. Più Durham scava e più emerge una responsabilità diretta della Campagna di Hillary Clinton nel tentativo di fabbricare false prove contro Trump.