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Fino a qualche anno fa, di Emmanuel Macron non si sapeva nulla. L’avversario di Marine Le Pen alla presidenza della Repubblica, è nato politicamente da circa due anni e mezzo, quando il presidente François Hollande lo volle come consigliere per l’economia. Fino a quel momento, Macron è stato un perfetto sconosciuto, che cercava di trovare spazio nella funzione pubblica e nel Partito Socialista. Un burocrate, come verrebbe chiamato da queste parti, lontano dalla politica e dalle sue logiche.

Il passaggio d’incarichi dalla finanza speculativa e dalle banche alla politica francese lo si deve appunto al capo dello Stato socialista Hollande. È lui che decide di inserire Macron nei quadri della dirigenza del partito trasformandolo da funzionario appena sfornato dall’École nationale d’administration di Strasburgo alla carica di ministro nel secondo governo di Manuel Valls.

È proprio nell’ENA che devono essere individuati i tratti salienti di questo giovane candidato all’Eliseo, lì dove hanno iniziato la loro carriera personaggi del calibro di Jacques Chirac, lo stesso Hollande, Valéry Giscard d’Estaing, Ségolène Royal e Alain Juppé. Una continuità di leadership che dimostra come la grande novità della politica francese sia in realtà quanto di più ancorato ai canoni della vecchia classe dirigente e del sistema di pensiero che produce la scuola di Strasburgo. Una classe dirigente che al Front National chiamano con disprezzo gli “enarchi”, perché chi esce da lì riceve automaticamente incarichi di poteri nella burocrazia e nella politica di alto livello.

Macron, una volta uscito dall’Ena si lancia nel mondo della finanza. Lavora per Rothschild dal 2008. In un’intervista rilasciata al Wall Street Journal, Macron parlava del suo lavoro in termini non propriamente lusinghieri. “Sei una specie di prostituta” diceva Macron, “il tuo compito è quello di sedurre”. E lui ha saputo sedurre da subito l’alta finanza. Come racconta il Guardian, nel 2011 uno degli affari più grossi dell’industria francese, con il passaggio dell’industria di alimentazione Pfizer nella multinazionale Nestlé.

Dopo questo grandioso affare per Nestlé e Rothschild, Macron entra nelle grazie di Hollande che lo chiama come consigliere economico per risollevare l’economia francese. Ma non ha vita facile all’interno dell’allora potente Partito Socialista. Erano i tempi in cui l’ala più radicale del partito, quella di Hamon e Montebourg, spingeva per disapprovare l’austerità imposta dalla finanza e dall’Unione europea. Così Macron è costretto a lasciare e se ne va a Londra, dove apre una start-up e si mette a insegnare alla London School of Economics. Torna a Parigi dopo qualche tempo, invocato da Valls e Hollande per essere l’artefice della rinascita liberista francese. Diventa ministro a 36 anni e inizia il suo piano per riformare tutto il sistema sociale e lavorativo francese partendo da una profonda liberalizzazione del mercato del lavoro e dei servizi. Innalza il tetto massimo di ore settimanali di lavoro, svincola i datori di lavoro dalla chiusura domenicale, apre il settore dei trasporti a una serie di deregolamentazioni. È lui che, nell’ombra, detta le regole per la Loi Travail, il cosiddetto Jobs Act alla francese. Nonostante le continue proteste degli operai e dei dipendenti francesi, che scendono in piazza ogni settimana contro il progetto di riforma del mercato del lavoro, Macron tira dritto. E tira dritto anche quando viene preso di mira da lancio di uova da parte dei manifestanti della Confederazione generale del Lavoro e del Partito comunista francese davanti alle Poste di Montreuil.

E mentre sostiene la necessità di perseguire il suo programma di liberalizzazioni e austerità, in lui nasce l’idea di essere qualcosa di più di un semplice ministro socialista. Decide di fondare un movimento, En Marche!, e di progettare la scalata all’Eliseo. Uno strumento che servirà a Macron proprio per confermare quel suo non essere né di destra né di sinistra. Amato, corteggiato e allo stesso odiato dalle classe dirigenti dei partiti proprio per questo motivo. Nell’agosto del 2016, lascia il partito e il ministero e mette in moto il progetto per candidarsi alle presidenziali. Un progetto che eredita gran parte delle politiche di Hollande ma per certe verse estremizzate nella sua impostazione liberale e liberista. Il suo è il socialismo 2.0 di matrice marcatamente europeista, ma è anche un programma contraddittorio che dimostra in realtà la mancanza di una base ideologica. Le uniche certezze sono i due pilastri di tutta la sua vita politica e del suo lavoro da ministro: il mercato e l’Europa. Due temi che la Francia non sembra apprezzare visto il numero di voti che hanno ottenuto le sigle euroscettiche e di sinistra radicale, ma che hanno ottenuto l’appoggio dei partiti e dei poteri che contano davvero.

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