Chi è Elbridge Colby, il super falco anti-cinese del Pentagono

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Potete parlargli dei conflitti in Medio Oriente, dell’avanzata russa in Ucraina, dei tumulti in Nord Africa e dei test missilistici di Kim Jong Un. Elbridge Colby, sottosegretario per le politiche del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ammetterà la pericolosità dei dossier. Tuttavia, quasi sicuramente risponderà che la minaccia numero uno di Washington si chiama Cina. E che gli Usa non possono permettersi, per alcun motivo, di far crescere l’egemonia di Pechino in Asia.

La Repubblica Popolare Cinese, per Colby, è una vera e propria fissazione al punto che i giornali lo hanno definito il più falco dei falchi anti-cinesi presenti nell’amministrazione Trump. La sua ricetta? Semplice: le capacità militari degli Usa non dovrebbero essere sprecate in Europa e Medio Oriente, ma tenute al caldo per l’Indo-Pacifico. Washington deve rinnovare la propria base industriale militare, rafforzare le basi nel Pacifico e giocare di sponda con i partner locali, come Giappone, Corea del Sud, Filippine e Taiwan per neutralizzare la proiezione di potenza del Dragone. Anche a costo di sacrificare altri impegni globali.

La strategia di difesa secondo Colby

Elbridge Colby è diventato uno dei più influenti pensatori conservatori in materia di difesa negli Stati Uniti dopo aver redatto la National Defense Strategy del 2018, e cioè la Strategia per la difesa nazionale della prima amministrazione Trump. Il nocciolo del documento: contenere la Cina perché è la Cina il principale ostacolo agli interessi statunitensi.

È convinto, Colby, che possa scoppiare un conflitto con Pechino nel 2027 – un anno chiave che torna più e più volte nei discorsi degli alti funzionari Usa – e per questa ragione intende soffocare il Dragone nel suo stesso cortile di casa. “Non abbiamo tempo – spiegava in un’intervista del 2023 – La comunità di intelligence statunitense ha valutato che Xi Jinping ha ordinato all’esercito cinese di essere pronto per un attacco riuscito a Taiwan entro il 2027. Non è una previsione, ma è il massimo avvertimento che ci si possa aspettare nel difficile mondo della politica internazionale”.

Mr. Colby è sempre stato esplicito nell’esporre i suoi pensieri. Anche quando, in un post su X, ha definito espressamente la Cina “di gran lunga la più grande minaccia per gli Stati Uniti”, o quando ha suggerito che Washington dovrebbe difendere Taiwan, in caso di invasione cinese, anche facendo esplodere la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la più importante azienda produttrice di semiconduttori con sede a Taipei.

Obiettivo: contenere la Cina

La strategia di Colby per contenere la Cina non è cambiata di una virgola. Anzi: possiamo dire che negli anni si è fatta più aggressiva. “La tradizionale politica estera americana mirava a impedire a Stati potenzialmente ostili di dominare mercati chiave, perché questo avrebbe potuto consentire loro di minare il nostro stile di vita. Da questo punto di vista, l’Asia è senza dubbio la regione più importante”, ha sottolineato il sottosegretario statunitense in un’intervista a Foreign Policy.

E in un articolo su Foreign Affairs è stato ancora più chiaro scrivendo che “L’America deve prepararsi a una guerra per Taiwan” e che “essere pronti è il modo migliore per prevenire uno scontro con la Cina”. “Perché gli Stati Uniti non si stanno preparando di più a una guerra con la Cina per Taiwan, proprio per scoraggiarla e quindi evitarla?”, si è chiesto il falco Colby.

La sua è una “strategia della negazione“: gli Usa dovrebbero fare di tutto per impedire a Pechino di ottenere successi militari o geopolitici significativi in Asia e, al contempo, prepararsi ad un possibile conflitto con il Dragone. Ma perché la Cina e l’Asia dovrebbero essere così cruciali? Colby cita George Kennan, l’architetto della strategia di contenimento contro i sovietici durante la Guerra Fredda. Secondo Kennan la più grande area economica del pianeta non dovrebbe finire sotto il controllo di una potenza ostile o potenzialmente ostile.

Ebbene, l’Asia contribuisce già al 60% della crescita del Pil globale e gran parte di questa spinta proviene dalla Cina. Gli Stati Uniti, certo, sono economicamente autosufficienti ma stanno sempre di più facendo i conti con il peso geoeconomico dell’Asia a trazione cinese. “Se la Cina dominasse oltre la metà del pil globale”, ha spiegato Colby, “plasmerebbe tutto ciò che ruota attorno all’economia. E noi non saremo in grado di reindustrializzarci. Non potremmo vietare TikTok. Non avremo Apple, Microsoft e Alphabet, che diventeranno aziende cinesi. Le migliori università saranno in Cina”. In breve, e secondo la visione di Colby, senza contenere la Cina l’economia americana rischia di retrocedere in Serie B a scapito proprio di Pechino. Un’onta impensabile per i falchi Usa.