Sergej Karaganov è una delle figure più influenti e controverse della geopolitica russa contemporanea. Nato nel 1952 a Mosca, è politologo, economista e stratega, considerato uno degli architetti ideologici della politica estera del Cremlino, benché non ricopra alcun incarico ufficiale nello Stato russo. Il suo ruolo si esercita nell’ombra, come consigliere informale, autore di dottrine strategiche e voce autorevole nei circoli accademici e militari vicini a Vladimir Putin.
Karaganov è noto per aver coniato, negli anni Novanta, la cosiddetta “dottrina Karaganov”, che proponeva un ruolo attivo della Russia come potenza protettrice delle minoranze russofone negli ex territori sovietici. In sostanza, anticipava l’idea dell’“interesse vitale” di Mosca per lo spazio post-sovietico, concetto poi impiegato per giustificare interventi come quello in Georgia nel 2008 e in Ucraina dal 2014 in poi.
Professore alla prestigiosa Scuola Superiore di Economia di Mosca e fondatore del Council on Foreign and Defense Policy (CFDP), ha sempre sostenuto una visione multipolare del mondo, in cui la Russia si oppone frontalmente all’egemonia occidentale, in particolare a quella americana. Non crede nella pace come valore universale, ma la considera una “costruzione ideologica occidentale”, utile solo quando serve agli interessi di chi la proclama.
Negli ultimi anni, Karaganov si è distinto per posizioni estremamente radicali, arrivando a sostenere apertamente l’uso della forza, compresa l’arma nucleare, come strumento legittimo per difendere l’identità e la sovranità russa. Nel 2023, ha provocato scalpore affermando che la Russia dovrebbe valutare l’uso preventivo dell’arma atomica per fermare l’espansione NATO. Non si tratta solo di una provocazione accademica: le sue idee sono spesso riprese, in forma più prudente, dai vertici del Cremlino.
In sintesi, Karaganov è l’intellettuale che ha dato forma teorica a una nuova visione imperiale russa, fondata sulla guerra, sul sacrificio e sulla contrapposizione frontale all’Occidente. Non è un funzionario, ma è probabilmente uno degli uomini più ascoltati e temuti nei corridoi del potere russo.
Karaganov: l’ideologo invisibile della guerra russa
Non indossa una divisa, non siede in un ministero, non parla ai microfoni del Cremlino. Eppure, la sua influenza si avverte ovunque nella strategia russa contemporanea. Sergej Karaganov non è un uomo pubblico, ma è il cervello di un progetto geopolitico radicale. È uno stratega, un dottrinario della guerra, un intellettuale organico al potere russo che da decenni lavora alla costruzione di una visione del mondo alternativa all’Occidente, fondata sul conflitto, sul sacrificio, sulla restaurazione imperiale.
Nel corso di un’intervista rilasciata a Le Grand Continent, Karaganov non si nasconde. Parla con freddezza di un mondo in putrefazione, della necessità di una rinascita russa attraverso la guerra, e di un Occidente destinato al collasso. Non si limita a giustificare il conflitto in Ucraina: lo rivendica come un “battesimo purificatore”. A suo dire, “fare la guerra è nel DNA dei russi”. Una frase che non è una provocazione, ma la chiave di volta del suo pensiero: la Russia non combatte per scelta, ma perché la guerra le appartiene.
Karaganov descrive la guerra in Ucraina come un’opportunità storica. Non si tratta semplicemente di riconquistare territori o ristabilire zone d’influenza, ma di rifondare l’identità russa. La guerra è lo strumento con cui Mosca recide i legami con l’Occidente, elimina le élite corrotte dal consumismo e orienta il proprio destino verso l’Eurasia. Il prezzo di tutto questo? “La vita dei nostri figli migliori”, dice senza esitazione. Ma non lo considera un sacrificio inutile. Al contrario, propone una strategia glaciale: intensificare la minaccia nucleare per forzare il nemico alla resa.
NATO: un tumore da estirpare
Nel pensiero di Karaganov, l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord è la vera minaccia alla pace globale. Viene descritta come un organismo mafioso, responsabile delle guerre nei Balcani, in Iraq e in Libia. Secondo lui, la NATO è un cadavere politico tenuto in vita solo dalla paura che infonde nei suoi membri. Prefigura anche provocazioni estreme — come l’annessione americana della Groenlandia — per mostrare quanto la logica atlantica sia diventata assurda e pericolosa. La sua scomparsa è vista come inevitabile, se non auspicabile.
Anche l’Unione Europea viene trattata con disprezzo. Karaganov la considera una costruzione in via di autodistruzione, vittima di un “eurofascismo” liberal-progressista che cancella le identità, impone un pensiero unico e conduce l’Europa al suicidio culturale. L’UE, afferma, è già divisa: i Paesi dell’Est e del Sud finiranno per orientarsi verso Mosca, mentre il blocco nord-occidentale si dissolverà dietro l’egemonia americana. L’Europa, in definitiva, non ha più né volontà né futuro.
Trump? Solo un utile idiota
Nemmeno Donald Trump, che in Occidente è spesso descritto come un interlocutore privilegiato di Mosca, convince Karaganov. Lo considera un egoista nazionalista, estraneo al progetto eurasiatico. La guerra in Ucraina, dice, serve in realtà gli interessi statunitensi: permette di modernizzare l’arsenale militare, arricchisce il complesso industriale bellico e prosciuga le risorse europee. Nessun presidente americano, neppure Trump, ha interesse a trattare secondo i termini del Cremlino.
Dissidenti? Che restino fuori
Sul fronte interno, Karaganov difende un’idea di autoritarismo selettivo. Non auspica un ritorno allo stalinismo, ma vuole un’élite ideologicamente compatta, priva di voci dissidenti. Si compiace dell’esodo degli intellettuali liberali verso l’Occidente, che definisce “feccia”. La pluralità di opinione è concessa solo entro i confini dell’interesse nazionale: non è la repressione di massa a garantire la stabilità, ma l’omogeneità ideologica.
Ricostruire il mondo con la forza
Il progetto di Karaganov non è semplicemente politico: è una visione cosmica. Propone una rigenerazione dell’ordine mondiale attraverso il conflitto. La pace, per lui, è un’illusione occidentale; la guerra, invece, è la matrice dell’umanità. Solo nel fuoco dello scontro, sostiene, una civiltà può elevarsi. La Russia, dunque, deve forgiare la propria unità nella lotta e imporsi come polo alternativo al sistema liberal-democratico.
In questa visione non c’è spazio per compromessi. L’Occidente è già morto, non resta che prenderne atto e costruire un mondo nuovo sulle sue macerie. Karaganov non è un pensatore marginale, ma uno degli intellettuali più ascoltati negli ambienti del potere russo. È l’architetto ideologico di una nuova era — un’era in cui la guerra non è più l’eccezione, ma la norma fondativa.