“Una persona che si crede presidente perché governa da una macchina è chiaramente fuori di testa, sta vivendo in una realtà tutta sua, che non è quella del Paese (…) Il suo obiettivo è distruggere il Venezuela”.  Dichiarazioni al vetriolo contro Juan Guaidó. A pronunciarle è stata Delcy Rodríguez, attuale vicepresidente della Repubblica del Venezuela. Si tratta di un personaggio molto controverso in patria: la sua presenza all’interno del governo bolivariano è una costante sin dall’insediamento di  Nicolas Maduro nel 2013 e, se per i sostenitori del Psuv, rappresenta uno dei volti carismatici della rivoluzione, dall’altra parte è uno dei personaggi più invisi a chi sposa le cause dell’opposizione, al punto da essere conosciuta dagli stessi con il poco lusinghiero soprannome “la fea” (la brutta).

La politica: un affare di famiglia

Delcy Eloína Rodríguez Gómez nasce 49 anni fa a Caracas in una famiglia attiva da decenni nella sinistra venezuelana. Il padre, Jorge Antonio Rodríguez, una volta fuoriuscito dal Movimiento de Izquierda Rivolucionaria (realtà protagonista di diverse azioni di guerriglia negli anni ’60), nel 1973 fondò il partito “Liga Socialista” – poi confluito nel Psuv nel 2007- prima di morire, nel 1976, per cause mai del tutto accertate, successivamente alla cattura da parte degli agenti della Disip. A questi ultimi, l’allora presidente Pérez aveva dato mandato di trovare i sequestratori di William Frank Niehous, un imprenditore statunitense rapito da Rodríguez e altri guerriglieri in quanto sospettato di essere agente della Cia.

Il fratello maggiore, lo psichiatra 53enne Jorge Jesús Rodríguez Gómez, è l’attuale ministro della comunicazione e della cultura. Sulla scena politica già dai tempi di Chavez, nel 2007 è stato anche vicepresidente, prima di essere sostituito. L’anno successivo divenne sindaco di Caracas, carica mantenuta per ben nove anni.

Una formazione internazionale e un folgorante cursus honorum

Dopo aver ottenuto il titolo di avvocato presso l’Ucv, a Caracas, Delcy Rodríguez si specializza in diritto del lavoro a Parigi, per poi rientrare in patria e insegnare nella sua università di provenienza. Nel contempo, presiede il sindacato degli avvocati del lavoro.

La carriera politica inizia durante la presidenza Chavez, ricoprendo saltuari incarichi di governo: da direttrice degli affari internazionali del ministero dell’Energia nel 2003 a ministro dell’Ufficio della Presidenza nel 2006, passando per l’incarico di viceministro delle Relazioni con l’Europa nel 2005.

La consacrazione avviene però nel 2013, quando il neo-presidente Maduro la nomina ministro della Comunicazione e dell’Informazione. Carica mantenuta fino all’anno successivo, quando sostituisce Rafael Ramírez come ministro degli Esteri fino al 2017. In questo triennio è spesso impegnata ad affrontare gli attacchi degli altri governi del Mercosur relativamente alla già turbolenta situazione in cui versava il Venezuela. Da segnalare le tensioni con il governo argentino presieduto da Mauricio Macri, culminate nel dicembre 2016, quando il suo ingresso a una riunione del Mercosur a Buenos Aires fu negato in virtù della sospensione inflitta al Venezuela dal Brasile, dal Paraguay e dall’Argentina stessa. Nonostante i tentativi della polizia bonairense di impedirle l’accesso (la versione venezuelana riferì di un “colpo all’avambraccio destro” inferto al ministro), Delcy Rodríguez riesce a raggiungere la sala della riunione, tuttavia prontamente abbandonata dal resto dei membri.

Nel 2017 è eletta deputata prima e presidente poi della controversa Assemblea Costituente promossa da Maduro per riscrivere la Costituzione del paese. L’anno successivo assume l’incarico di vicepresidente della Repubblica, ruolo che implica anche la leadership del Sebin, il servizio segreto venezuelano.

I rapporti con la comunità internazionale

Tra i protagonisti della difficile situazione venezuelana, Delcy Rodriguez è uno dei “target” dei principali attori internazionali. Nel 2018, l’Unione Europea, seguita a ruota dalla Svizzera, le ha inflitto un divieto di ingresso e ha congelato i suoi conti “per aver compromesso la democrazia”. Altre sanzioni le sono state inoltre comminate da Canada e Stati Uniti, che l’hanno accusata di aver contribuito al disfacimento dell’ordine democratico in Venezuela.

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