Boris Johnson è un americano che, in combutta con Donald Trump, il presidente della nazione in cui l’ex segretario di Stato è nato, sta facendo di tutto affinché il Regno unito esca dall’Ue. Se questo articolo fosse per un sito complottista, potremmo esordire così. In realtà in quella premessa qualcosa di vero c’è, ma la vicenda è ben più complessa. Intanto Boris Johnson è davvero nato negli United States of America e per la precisione nello Stato di New York, dove The Donald ha costruito il  suo quartier generale imprenditoriale. È uno dei punti di contatto che lega due leader già associati per via della capigliatura. Poi, da quando i media hanno iniziato ad occuparsi del fenomeno, pure l’ex sindaco di Londra, che è sempre stato un conservatore, è diventato buono per il “populismo”. Ma andiamo per gradi.

Il protagonista di questi eventi è divenuto cittadino britannico per poi svolgere, in maniera decisamente efficace, la professione di giornalista. Poi è iniziato il saliscendi politico. L’incompiutezza è terminata quando ha ricoperto la carica di primo cittadino di Londra e quella di ministro del Lavoro, salvo sparire dopo un secondo mandato da sindaco in cui la legislatura è stata viziata da quella che noi, in Italia, chiameremmo “anatra zoppa”. Adesso sembra essere arrivato il momento buono: le dimissioni di Theresa May hanno aperto scenari inaspettati che Boris Johnson ha intenzione di occupare e alla svelta.

Deve passare per due turni di primarie, ma insomma: ora o mai più. Da quando ha preso la residenza nel ‘ministero degli Esteri’ sembra essersi istituzionalizzato rispetto ai tempi delle “bad words”, ma la sua visione del mondo è sempre quella: umanesimo classicista – è un sostenitore dell’istruzione obbligatoria del latino – condito da ultraliberismo antistatalista. Sulla Brexit non c’è poi molto da dire: è disposto ad assecondare la versione hard, quello dello strappo senza accordo, pur di legittimare l’esito del referendum. Chiariamo come questa sia l’extrema ratio: Boris Johnson, nel caso dovesse vincere, tenterà di aprire un dialogo per la ridiscussione dei parametri d’uscita, ma se l’Unione europea dovesse continuare a fare orecchie da mercante, almeno dal suo punto di vista, saluterà tutti con piacere e condurrà il Regno unito nel mondo dell’isolazionismo e degli accordi commerciali bilaterali. The Donald sta aspettando a braccia aperte che questo accada. Lo ha già battezzato, dicendo che come primo ministro farebbe un ottimo lavoro.

Quando Nigel Farage ha trionfato nella consultazione sulla Brexit, il compito del suo partito, l’Ukip, si è esaurito. Però la Brexit non può ancora dirsi cosa fatta. Dunque Nigel Farage si è rimesso in pista, fondando il Brexit Party ed arrivando primo alle scorse elezioni europee. Quel consenso ha disarcionato il Partito conservatore, che è passato a una percentuale ben al di sotto della soglia psicologica: meno del 9%. Ecco, Boris Johnson è l’unico, tra coloro che si sono candidati a prendere il posto della premier dimissionaria, a poter recuperare quei voti, un po’ per prossimità politico-antropologica, un po’ perché con lui al comando, l’uscita dall’Unione europea, che non è affatto stata abbandonata dai cittadini britannici, sarebbe di sicuro portata a compimento. La base militante lo sa, i deputati che voteranno nel corso dei primi turni pure. La sensazione è che il timer sia già stato impostato.

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