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La crisi dei migranti alle porte dell’Europa orientale non può essere decisa né gestita dagli Stati dell’Unione europea. Lo stesso dicasi per le altre crisi migratorie che nascono al di là delle frontiere esterne dell’Ue, e che passano in quel Mediterraneo in cui il drammatico “rubinetto” dei flussi è nelle mani di altre forze. Forze che a questa Europa non appartengono e che pure incidono sulla sua fragile unità ed esistenza più di quanto facciano Paesi membri dell’Unione.

Sembra paradossale, ma oggi il destino d’Europa non è deciso a Bruxelles, ma nelle cancellerie dei Paesi che da questa stessa Ue vengono respinti o sanzionati. L’Unione europea non riesce a risolvere i problemi, che anzi rischiano di essere ingigantiti al punto da mettere in crisi la sua stessa esistenza o i suoi valori. E in questo perverso gioco di responsabilità, gli unici in grado di decidere se far cessare una crisi sono gli stessi che la innescano. Tutti assolutamente estranei al quadro europeo.

L’incapacità dell’Unione europea di rispondere a questo tipo di minacce è dimostrata dal fatto che Bruxelles sia riuscita, di fatto, a smentire anche se stessa. A un certo punto è stata fatta una marcia indietro per cercare di limitare il danno di immagine, ma non si può dimenticare che nel pieno della crisi tra Polonia e Bielorussia, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel abbia addirittura aperto alla costruzione di muri con i fondi europei. Ipotesi che ha fatto storcere il naso a parecchi, consapevoli che quella concessione a Varsavia significherebbe una sorta di abbandono a quel ruolo di potenza benefica e universalista che ambisce ad essere l’Ue. Ma sta di fatto che quella timida apertura di Michel ha lanciato un segnale di impotenza: inutile pensare che l’Europa come unione di Paesi forti sia a livello economico che politico possa fare qualcosa per far sì che Aleksander Lukashenko cessi di inviare migranti al confine con Polonia e Paesi Baltici. Tanto vale chiedere aiuto a qualcuno che si considera vero regista della crisi, Vladimir Putin. In una continua caccia al responsabile che rischia però di perdere di vista il problema: l’incapacità europea di fare quadrato e essere riconosciuta come interlocutore in grado di decidere della propria vita.

La questione migratoria è un caso particolarmente cristallino per comprendere questa forma di incapacità europea. Tutti i Paesi alle porte dell’Europa da cui transitano le persone in arrivo dall’Africa e dall’Asia sono di fatto i veri padroni del destino non solo dei migranti, ma della stabilità dell’Unione. L’Europa si è trasformata in una fortezza sotto assedio che non ha forza né possibilità di reazione e prova a risolvere le crisi esternalizzando la soluzione. Una trappola senza fine, dal momento che fornire le chiavi di questi flussi ad attori esterni senza imporre alcuna linea da parte di Bruxelles è solo l’inizio di una inesorabile forma di ricatto. E se non è un ricatto, certamente è una resa senza condizioni che impone una riflessione a tutto tondo sul ruolo di Bruxelles e dei Paesi Ue come veri attori protagonisti sul palcoscenico internazionale.

Le sanzioni alla Bielorussia non provocano la fine della crisi, ma un ulteriore inasprimento delle mosse di Minsk, accusata di “guerra ibrida“. Recep Tayyip Erdogan, dominus del flusso migratorio dal Medio Oriente (e non solo), ha creato in questi anni un meccanismo per cui è l’Europa a dover pagare per evitare che la stessa Turchia riapra le frontiere a un potenziale esodo. Il Marocco ha fatto intendere con l’ultima crisi di Ceuta e Melilla che la Spagna (e dunque l’Europa) non può permettersi una politica che non tenga conto dei rapporti di “buon vicinato” con Rabat. E in Libia, Paese intrappolato nel caos bellico, si rischia di avere una situazione non troppo diversa. E in tutto questo l’Europa non ha potuto fare altro che accettare l’assedio.