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La salute del presidente americano è da sempre una grande preoccupazione per il mondo. Molto prima di Joe Biden e delle sue apparenti gaffe e dimenticanze, Woodrow Wilson riuscì a nascondere l’ictus subito il 2 ottobre 1919, nascondendosi dietro alla moglie e al suo medico per non cedere i poteri ad interim al vice Thomas Marshall, che aveva perso la sua fiducia nel corso degli anni. Più vicino a noi, nel 1955 Eisenhower subì un forte attacco cardiaco che lo costrinse a sei settimane di ricovero, dove governò con l’ausilio del suo vicepresidente Nixon, contattato via telefono. Negli anni ’80, l’età di Reagan era un motivo di contenzioso e di preoccupazione. Oggi, l’affaticamento di Joe Biden è monitorato con attenzione dai commentatori conservatori, come dimostra la viralità social della clip con il presidente che si appisola al vertice del Cop26.

Quindi la domanda è: chi comanda davvero alla Casa Bianca quando il presidente appare affaticato? L’età c’è: il prossimo 22 novembre saranno ottant’anni compiuti. Di sicuro non Kamala Harris, come accusava Trump durante la campagna elettorale 2020: la vicepresidente ha mostrato di non sapere esprimere una leadership forte nemmeno per quanto riguarda il compito che le è stato assegnato, ovvero risolvere la crisi migratoria al confine tra Messico e Texas. Allora bisogna andare verso un insider vero, che non viene dalla politica elettiva: identikit che corrisponde a quello di Ron Klain.

Parliamo di una figura che incarna un perfetto cursus honorum funzionariale: laurea all’università di Georgetown con perfezionamento in legge ad Harvard. Le sue prime esperienze lavorative che si ricordano sono tutte nelle istituzioni: negli anni ’80 lavora nello staff dell’allora deputato dem Ed Markey (oggi uno dei senatori dalle idee più radicali) e nel biennio 1987-88 fa parte dei collaboratori legali del giudice della Corte Suprema Byron White. Torna poi a lavorare per la politica, per la commissione giudiziarie del Senato come consulente legale capo ed è lui a supervisionare i lavori riguardanti la nomina di Clarence Thomas alla Corte Suprema. Da qui il salto verso la politica: nella campagna di Bill Clinton nel 1992 e poi come capo di gabinetto prima di Janet Reno e poi di Al Gore, fino alla campagna presidenziale del 2000. In queste due vesti si diffonde tra i dem la fama di Klain come di grande organizzatore e uomo macchina.

La stessa che ad assumere nuovamente il ruolo di capo di gabinetto di Joe Biden nel 2009 come vicepresidente e poi nel 2021 come presidente, passando per un altro ruolo delicato assunto il 17 ottobre 2014, quello di capo della task force contro la diffusione del virus Ebola negli Stati Uniti, nonostante non avesse alcuna esperienza in campo sanitario ed epidemiologico. Anche in questo caso, hanno prevalso le sue facoltà di organizzatore. Le stesse che non hanno lasciato alcun dubbio a Biden dopo la sua vittoria lo scorso novembre: “Voglio Ron”. Scelta quasi scontata, senza nemmeno il bisogno della conferma del Senato. Dopo un anno, il bilancio della sua esperienza è controverso: da un lato ha registrato un primo semestre quasi perfetto, nel quale tutto è filato liscio, dal varo del programma di ristori post Covid al piano vaccinale federale. Una persona quindi che sembra destinata a rimanere al suo posto, senza le porte girevoli dell’epoca trumpiana con ben quattro capi di gabinetto in quattro anni.

Però Klain ha un’abitudine che dice di avere per tenersi aggiornato sulle “opinioni delle elite”: essere un utente molto attivo di Twitter. E non uno qualunque, parliamo di una persona che attivamente diffonde messaggi pro-Biden e sfotte gli avversari, interni ed esterni. Il problema è che la sua bolla è molto orientata verso il mondo progressista che ovviamente costituisce solo una parte della coalizione vincente che ha portato l’attuale presidente alla Casa Bianca. Come quei repubblicani moderati che lo hanno votato perché stufi di Trump e perché vedevano nel messaggio moderato di Biden una speranza per una minore polarizzazione. Che fine ha fatto quel presidente? Certo non aiuta un Senato spaccato a metà, dove anche il problema cardiaco del senatore Ben Ray Lujan del New Mexico costringe a riprogrammare l’agenda legislativa.
C’è anche un fattore che ci fa tornare al nostro assunto di partenza: quanto comanda davvero Ron Klain? Come mai è immune alle critiche dure del Washington Post e del New York Times? Forse il presidente Biden, che sempre più appare affaticato, ha bisogno di delegare a una persona di assoluta fiducia.

Probabilmente c’entra anche la nota lealtà del presidente verso il suo staff, che lo ha portato a non silurare nemmeno uno dei principali artefici del disastro afghano come il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. Klain ha avuto anche dei difensori, come il magazine progressista The New Republic, che ha detto che la sua cacciata non cambierebbe nulla. Di certo è che la percezione del presidente come troppo allineato a sinistra non è solo prerogativa del repubblicani, com’è scontato, ma anche degli indipendenti. Senza i quali la rielezione nel 2024 è di fatto impossibile.

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