SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

La guerra in Ucraina ha scatenato diverse analisi sul cerchio di potere che gravita intorno al presidente della Russia, Vladimir Putin. Molti si sono chiesti quale fosse la percezione del capo del Cremlino rispetto all’intricato sistema di oligarchi e burocrati che ha preso parte al consolidamento del suo “regno”. Altri invece si sono posti il problema di capire quale potesse essere il successore di un leader sicuramente deciso a incarnare la cosiddetta “anima russa” e la sua Storia ma evidentemente indebolito sia per motivi anagrafici che per motivi puramente politici. La guerra, del resto, è un trauma che colpirebbe qualsiasi leadership, anche quella più granitica. E un conflitto come quello russo-ucraino, con migliaia di morti, l’isolamento internazionale, le sanzioni economiche e le crepe interne al sistema di potere, non potevano fare altro che scalfire quel sistema di potere che già prima della “operazione militare speciale” denotava le prime fratture interne. Fino alle notizie, sempre più frequenti, di un possibile golpe.

Lo zar “solo” e il patriarca

Sgombrando il campo da letture a volte esagerate della figura di Putin, quello che possiamo dire fino a questo momento è che il presidente russo è apparso sensibilmente più solo rispetto a prima del conflitto. Dall’inizio dell’escalation, poi sfociata nell’aggressione all’Ucraina, il capo del Cremlino ha mostrato il suo lato più oscuro e solitario: lui e il popolo, quasi come un leader carismatico che il presidente della Federazione Russa. Le similitudini col sistema zarista sono diventate sempre più frequenti. Il sentirsi come ultimo interprete del destino della nazione russa e del suo popolo, la ricerca del consenso rifacendosi alla minaccia dell’assedio esterno e la vicinanza alla figura del patriarca Kirill alimentano un’immagine da leader sempre più concentrato sulle proprie ambizioni e su un sistema di potere quasi moralizzante.

I video e le foto di lui sempre più distaccato, anche fisicamente, dai suo interlocutori, lascia trasparire l’immagine di un presidente lontano rispetto alla sua cerchia di ministri e potenti, ma anche intimorito e solo. Come se nessuno potesse davvero comprenderlo se non appunto il suo popolo, a cui invece vuole apparire vicino. Lo dimostra l’organizzazione della manifestazione allo stadio di Mosca ma anche la partecipazione alla veglia di Pasqua nella capitale. Lì dove si è ulteriormente rafforzata l’idea di uno zar vicino alla Chiesa, in cui il patriarca, alfiere del conflitto e degli ideali culturali e politici del Cremlino, è il simbolo di questa nuova Russia nazional-conservatrice di stampo imperiale. Non un consigliere, ma un alleato potente e allo stesso tempo ancillare. Leader di una Chiesa che è stata anche motivo propagandistico di una guerra in cui rientra anche la separazione della comunità ortodossa ucraina da quella russa.

Il sistema di potere intorno a Putin

Se questa è l’immagine che viene lasciata trapelare dal Cremlino, va ribadito che intorno a Putin esiste una cerchia di potere che rappresenta un sistema complesso e articolato. In cui tutti i personaggi hanno un ruolo specifico, importante e fondamentalmente unico nella geografia del potere russo. Un sistema che viene letto, come ricordato da un’analisi del Journal of Democracy, alternativamente come un sistema in cui Putin “è un dittatore onnipotente, da temere al di sopra di tutte le altre minacce alla democrazia” oppure come “una pallida ombra del suo passato sovietico e zarista, che vive di idrocarburi e di una scorta nucleare dell’era della Guerra Fredda”. Dubbi che devono evidentemente fare i conti con la comprensione di chi oggi è davvero vicino al presidente della Federazione Russa.

Il “delfino” Medvedev

Una delle personalità più interessanti della cerchia del potere russo è Dimitri Medvedev. Presidente tra il 2008 e il 2012, nel periodo di intervallo di Putin dalla presidenza, Medvedev ricopre l’incarico di vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, a sua volta guidato da Putin, e come riportano alcune fonti, è stato da poco nominato responsabile del Comitato interministeriale per le infrastrutture critiche. L’obiettivo dell’organo, spiega Giuseppe Gagliano, è la salvaguardia della sicurezza del complesso industriale e militare russo di fronte alla minaccia cyber. L’ex delfino di Putin, che ricordiamo essere stato l’unico ad avere assunto il potere in Russia oltre allo “zar” durante la lunga stagione di potere putiniano, sembra si stia ritagliando ultimamente un ruolo più forte. Molti osservatori hanno ritenuto la sua nomina a vicepresidente del Consiglio di sicurezza come un declassamento nato da una divergenza sempre più netta rispetto al suo mentore al Cremlino. Tuttavia, in questa guerra in Ucraina, Medvedev ha assunto posizioni sempre più dure presentandosi come uno dei più convinti sostenitori della guerra a Kiev. Una svolta da “falco” che sorprende, perché la sua presidenza era considerata quasi un’opportunità di svolta democratica e liberale, ma che confermerebbe la volontà di riavvicinarsi in modo netto al capo dello Stato anche in ottica di successione.

Dimitri Medvedev (EPA/ANDREJ CUKIC)

Shoigu, il siberiano

Insieme a Medvedev, un ruolo di primo piano ha poi certamente Sergej Shoigu, il ministro della Difesa. L’uomo che dalla Siberia è riuscito a scalare le vette del potere fino a raggiungere la guida del dicastero più importante nelle logiche imperiali del Cremlino, è stato da sempre un fedelissimo del Cremino. Per Shoigu si tratta di un momento complesso. L’immagine di lui che ripete a Putin quanto scritto su un foglio mentre il presidente, dall’altro capo del tavolo, lo fissa tenendosi al tavolo è una delle rare immagini del ministro in quest’ultima fase della guerra. Immagine a cui si aggiunge quella del volto quasi funereo, insieme a Valerij Gerasimov, mentre Putin “attivava” le difese strategiche.

Qualcuno pensava fosse proprio Shoigu uno dei possibili successori di Putin alla guida della Federazione Russa, tuttavia, il conflitto in Ucraina ha minato alcune certezze. Probabilmente Putin riteneva probabile una vittoria schiacciante o con un impatto certamente meno duro sulle forze armate. E questo sarebbe dimostrato anche da alcuni indizi delineati a metà aprile da Marco Imarisio sul Corriere della Sera. “Negli ultimi due numeri della rivista del Ministero della Difesa russo” raccontava Imarisio “il nome del ministro della Difesa russo è stato citato zero volte. Neppure una menzione di sfuggita”. Dunque nella rivista che è il simbolo della propaganda militare russa non compariva proprio la guida della Difesa di Mosca. E in piena guerra. Anche la sua conduzione della “operazione militare speciale” è apparsa particolarmente strana. In balia di Putin ma anche di scelte sbagliate. Ha improvvisamente nominato a guida delle operazioni Aleksander Dvornikov, quasi contraddicendo i piani precedenti che sicuramente erano stati preparati da tempo. E la sua vicinanza a Putin è apparsa in bilico, al punto che si può ritenere che la caduta di Mariupol fosse l’ultimo treno per rimanere in sella al ministero. Qualce dissidente aveva ipotizzato che fosse stato vittima di un “potente infarto”. Notizie mai confermate né verificate ma tanto è bastato per porre in dubbio la sua permanenza al governo.

Vladimir Putin e Sergei Shoigu

Gerasimov, dalla dottrina al silenzio

Fondamentale in questo senso anche il ruolo del capo di Stato maggiore, Valerij Gerasimov, che anche lui, come Shoigu, sconta il fatto di non avere condotto la Russia alla vittoria smontando i sogni di gloria di Putin. Considerato la grande mente dietro la nuova strategia russa, e del resto ideatore di una dottrina che porta anche il suo nome e che definisce in particolare il concetto di guerra ibrida, Gerasimov appare sempre più lontano dal cerchio magico di Putin. Tanto che anche lui, come altri papaveri di Mosca, sembra costretto a scelte anche di facciata. L’ultima, in tal senso, è la visita al fronte del Donbass. Un tour confermato anche dal Pentagono che, al contrario, non ha certificato le notizie su un suo presunto ferimento riportate dagli ucraini. Secondo alcuni osservatori, lui, al pari di Shoigu, paga la pessima figura fatta dalle forze russe in questi mesi di “operazione militare speciale”. Ma c’è da dire che non tutti concordano riguardano un suo allontanamento dalle stanze del potere, dal momento che Gerasimov ha certamente una fitta rete di alti ufficiali suoi amici e che conosce alla perfezione un campo di battaglia che non può essere letto soltanto dal presidente.

La triade dei servizi di Leningrado

Nella cerchia dei consiglieri e dei potenti del Cremlino, vi sono poi tutti gli uomini che fanno parte della burocrazia dell’intelligence. Per un uomo che proviene dal Kgb come Putin, il ruolo dei servizi segreti è chiaramente preponderante, e non è un caso che gli uomini a capo delle diverse agenzie abbiano un peso specifico non indifferente nei corridoi di Mosca. Non solo a livello di sicurezza interna ed esterna, ma anche nelle stesse logiche politiche e strategiche. Un potere come quello putiniano non può fare a meno dell’intelligence e degli eredi del Kgb. E per lo “zar”, è sempre importante prestare attenzione a quello che viene riferito dai suoi agenti.

Uno dei nomi più importanti è quello di Aleksandr Bortnikov, funzionario e generale russo, veterano del Kgb di Leningrado, lì dove è nato Putin, e capo del Servizio federale per la sicurezza, il famigerato Fsb. Il suo ruolo è fondamentale, controlla migliaia di agenti, ha in mano i dossier più importanti della sicurezza interna russa. Qualcuno aveva addirittura ipotizzato che lui sarebbe stato scelto dall’élite russa contraria a Putin in caso di fallimento della guerra e golpe per fermare il presidente. Ipotesi che ovviamente non può trovare conferme ma che sottolinea l’importanza di Bortnikov nelle gerarchie russe.

Altrettanto potente è il predecessore di Bortnikov alla guida dell’Fsb: Nikolai Patrushev. Considerato il vero leader del gruppo dei “falchi” intorno Putin, il segretario del Consiglio di sicurezza della Federazione Russa e consigliere dello stesso presidente ha rilasciato un’intervista al giornale Rossijskaja Gazeta, in cui ha detto senza mezzi termini che il piano della Russia consiste nel “distruggere la piazza d’armi del neonazismo creato dall’Occidente ai nostri confini. La necessità della smilitarizzazione è dovuta al fatto che l’Ucraina, satura di armi, rappresenta una minaccia anche dal punto di vista dello sviluppo e dell’uso di armi nucleari, chimiche e biologiche”. Parole che sembrano delineare una minaccia esistenziale per la Russia tale da addirittura autorizzate, per motivi di dottrina strategica, anche l’utilizzo di armi nucleari. Negli anni passati aveva già identificato il problema principale per la sicurezza russa nelle politiche degli Stati Uniti in Ucraina, e in tempi non sospetti, come riportato dal Guardian, definì le rivoluzioni colorate come una “forma di destabilizzazione che rappresenta una minaccia altrettanto grave”, e che la destabilizzazione dell’Ucraina era “uno strumento con cui indebolire drammaticamente la Russia” perché, a suo dire, per Washington la Russia “non dovrebbe esistere come Paese”. Tesi ripetuta costantemente anche di recente, all’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale”. E c’è chi ritiene che in caso di temporanea assenza di Putin, potrebbe essere proprio lui, Patrushev, ad assumere il controllo di Mosca.

Sempre sul fronte dei servizi, non va dimenticato poi un uomo potente diventato noto nel mondo per il modo in cui Putin lo ha rimbrottato praticamente in mondovisione. Parliamo di Sergei Naryshkin, uno di quelli che la Bbc chiama “i vecchi fantasmi di Leningrado”. La risposta denigratoria del presidente russo nei suoi confronti, e davanti a tutti i più alti funzionari della Federazione e a favore di telecamere, ha fortemente indebolito la leadership del capo dello Svr, l’intelligence esterna. Ma non bisogna sottovalutare l’influenza che può avere proprio questa forma di condanna pubblica da parte di Putin nelle gerarchie militari, politiche ed economiche che non sembrano favorevoli alla guerra in Ucraina e al modo in cui è stata condotta fino a questo momento. Qualche osservatore ritiene che in realtà Putin abbia semplicemente voluto lanciare un messaggio a tutti, compresa l’opinione pubblica, e abbia sfruttato il momento e le risposte esitanti di Naryshkin. Tuttavia, quel siparietto fornito dallo “zar” ha sorpreso tutti, confermando l’imprevedibilità di un leader che fino a quel momento sembrava talmente fiducioso del lavoro e dei consigli del capo dello Svr che si ipotizzava potesse essere uno dei potenziali eredi del capo del Cremlino. Anche lui negli ultimi tempi sembra avere l’esigenza di mostrarsi di nuovo molto legato al presidente. C’è lui dietro la presunta informazione dei servizi russi sul desiderio della Polonia di riprendersi i “possedimenti storici” in Ucraina con un intervento militare di Varsavia nella parte occidentale del Paese per prevenire eventuali aggressioni russe. Ma c’è anche chi crede che sia proprio lui a essere uno dei possibili leader in caso di golpe dei siloviki contro Putin.

Lavrov è davvero al tramonto?

Sul fronte esterno, una menzione va poi fatta per Sergej Lavrov, il ministro più noto del governo russo e capo della diplomazia di Mosca. Lavrov, 71 anni, è considerato da tempo sempre più lontano da Putin. L’intervista rilasciata a Mediaset ha confermato che anche il ministro degli Esteri aderisce alla visione putiniana di una guerra fatta per denazificare l’Ucraina colpendo chi minaccia Mosca. Ma molti analisti ritengono che ormai il lavoro di Lavrov, se non secondario, sia considerato meno decisivo rispetto agli anni in cui il ministro era ritenuto uno dei più fidati uomini del presidente. La guerra in Ucraina, probabilmente, non era nei desideri del titolare degli Esteri, intenzionato a costruire una rete di partnership e alleanze che non doveva essere traumatizzata da un conflitto nel cuore d’Europa. Era lui il ponte tra l’Occidente e la Federazione Russa, e sembrava essere l’unico fine diplomatico a poter gestire la politica espansionista sognata da Putin e perorata dai falchi. Il conflitto lo ha allontanato dalla cerchia dei fedelissimi. Ma anche in questo caso, non deve sorprendere né il riavvicinamento pubblico né il fatto che sia considerato uno dei più apprezzati ministri da parte degli oppositori dell’attuale “zar”. Una duplice interpretazione che conferma anche la volontà di Lavrov di svestire da subito i possibili panni di capo di un’opposizione interna che nelle stanze del Cremino può risultare molto pericolosa.

epa09878299 Russian Foreign Minister Sergei Lavrov attends a joint news conference with the Armenian Foreign Minister (not pictured) following their talks in Moscow, Russia, 08 April 2022. The Armenian Foreign Minister is on a working visit in Moscow. EPA/ALEXANDER ZEMLIANICHENKO / POOL POOL PHOTO

I meno noti ma influenti

A questi nomi noti, si devono poi aggiungere altri che ai molti appaiono meno rilevanti ma che potrebbero avere un peso decisivo nelle sorti della stagione di potere putiniana. C’è Valentina Matvienko, lealista di Putin e anch’essa proveniente da San Pietroburgo. C’è Victor Zolotov capo della guardia nazionale russa, la Rosgvardia, considerato una sorta di comandante dei pretoriani di Putin e guida di un esercito di circa 400mila unità nonché comandante di quel generale Roman Gavrilov licenziato in una delle prime “purghe” dall’inizio della guerra. Non va dimenticato poi il ruolo del primo ministro Mikhail Mishustin, che oltre a essere un economista impegnato nel difficile compito di evitare il tracollo a causa della guerra e delle sanzioni, potrebbe anche essere l’uomo che avrà il potere in caso di impossibilità di Putin per la ormai nota presunta operazione chirurgica. Motivo per cui molti parlano di un possibile tandem o addirittura uno scavalcamento da parte di Patrushev. Infine, sempre sul lato finanziario, menzione particolare va fatta alla governatrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina. Salita agli onori della cronaca per avere dato una visione diametralmente opposto sulla situazione finanziaria russa rispetto a quella data dal Cremlino, qualcun ipotizzava le sue dimissioni. Che però non sono avvenute. Il tracollo finanziario ancora non c’è stato, così come il default. Molti ritengono che sia stata proprio la leadership di Nabiullina a frenare un pericoloso abisso economico. Ed è per questo che la “zarina” delle finanze di Mosca può essere considerata a tutti gli effetti un personaggio potente in grado di sopravvivere anche in caso di fine del potere di Putin.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.