La crisi fra Iran e Occidente ha tanti sconfitti: ma di certo ha anche dei vincitori. E percorrere a ritroso il flusso dei guadagni di questa escalation serve anche a capire non chi potrebbe averla innescata – certamente troppo complessa per avere un solo artefice – ma aiuta a comprendere chi possa contribuire o avere interesse a che questa tensione non accenni a diminuire. Almeno nell’immediato.

La crisi sicuramente riguarda il petrolio. Questo è un dato chiarissimo dal momento che lo stretto di Hormuz è uno dei principali colli di bottiglia da cui transita il petrolio mondiale. I ricchissimi giacimenti mediorientali utilizzano i porti persici per riempire le superpetroliere che fanno poi rotta verso i mercati mondiali: in particolare quelli asiatici. E se è vero che l’impatto dell’escalation nel Golfo, almeno per il momento, non è stato così sensibile sul mercato del greggio, è altrettanto vero che esistono dei primi indicatori sul fatto che questo clima di tensione stia effettivamente avendo delle conseguenze. La prima è quella sul mercato dello shale oil e sulla produzione dei petrolio di scisto made in Usa.

In queste ore, il Wall Street Journal ha ricordato un elemento importante, fin troppo sottovalutato in questo periodo di tensione. Mentre il prezzo del petrolio continua a non avere grosse ripercussioni nonostante il sequestro di due petroliere e gli attacchi a quelle al largo delle coste emiratine e dell’Oman, i produttori di shale oil degli Stati Uniti sono i primi ad avvantaggiarsi del freno all’import-export di greggio dal Golfo. Washington non ha grossi motivi per interessarsi alle petroliere che solcano le acque antistanti l’Iran. Non è un Paese che importa grandi quantità di idrocarburi dal Medio Oriente, visto è considerata la sua produzione interna. Ma ha interesse, invece, a vendere il suo petrolio: specialmente quello di scisto. Soprattutto perché grazie all’aumento delle esportazioni americane, non solo diminuisce il rischio che vi sia un’impennata dei prezzi, ma gli Usa possono competere in un settore in cui, a livello mondiale, pagano l’assenza di vicini a cui vendere facilmente le proprie risorse energetiche. E la crisi del Golfo Persico così come le tensioni in Libia e il pericolo per le rotte petrolifere mediorientali rendono sì più costose le esportazioni di greggio, ma contribuiscono ad aumentare la produzione americana e quindi che siano gli statunitensi a evitare che l’escalation con l’Iran faccia aumentare il costo del petrolio.

Un circolo vizioso che però fa capire come gli interessi in gioco siano molti. E spesso bisogna unire tutti i tasselli per avere l’immagine migliore del mosaico che scaturisce da questa complessa e intricata crisi del Golfo che non può non essere letta anche con la lente degli interessi economici. Perché gli interessi strategici di un governo si misurano anche (se non soprattutto) in chiave economica. Ed è del tutto evidente che per Washington sia fondamentale non essere esclusi da un mercato di fondamentale importanza come quello energetico e petrolifero. Il che non significa che gli Stati Uniti vogliano impossessarsi del petrolio altrui;: significa controllare le rotte per avere più fette di mercato ed evitare non solo di non essere dipendenti dall’esterno (obiettivo strategico degli Usa da sempre) ma essere anche in grado di strappare quote alle superpotenze e potenze rivali e ai competitori regionali.

In questo senso, lo shale oil è una chiave di lettura fondamentale. Per gli Stati Uniti, i cosiddetti shale fields sono stati una “scoperta” che ha rivoluzionato il modo di vedere l’energia per i suoi strateghi. Washington si è scoperta per la prima volta in grado non solo di non dipendere dall’esterno ma anche di esportare i suoi prodotti. E se lo fa con il gas, lo può fare anche con il petrolio. Tanto è vero che le vendite di petrolio Usa stanno aumentando vertiginosamente da anni al pari della sua produzione. Gli stessi Paesi europei hanno incrementato sensibilmente l’acquisto di idrocarburi statunitensi nonostante l’evidente comodità di comprare prodotti dai giganti mediorientali, nordafricani o dalla Russia.

Questo chiaramente è dato anche da motivazioni politiche: ma l’interesse americano risultati perfettamente intatto e soprattutto chiaro. La produzione petrolifera americana aumenta costantemente (entro dicembre si stima che sarà toccata la quota dei 13,4 milioni di barili annui). Lo shale oil americano registra un incremento senza precedenti nella produzione e nella vendita. I produttori Opec tagliano la produzione per provar ad  aumentare i prezzi senza però riuscire in un intento che Donald Trump fa di tutto per evitare che avesse successo. L’Iran è sotto pressione e con le sanzioni che ne minacciano il sistema economico. Gli alleati Usa saranno probabilmente coinvolti nell’Operazione Sentinella e adesso tutti monitorano il Golfo con la possibilità che il Regno Unito faccia da sponda europea per una rinnovata special relationship atlantica. Per adesso, tutto torna. Almeno per l’amministrazione americana.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.