In Bolivia si sta registrando una serie di eventi di grande impatto, tutti pienamente coinvolgenti la politica nazionale e la variegata composizione della società del Paese. In questi, sono coinvolti personaggi più o meno noti dentro e fuori i confini dello Stato sudamericano: uno di questi è sicuramente Luis Fernando Camacho, un leader cristiano proveniente dal Sud boliviano, salito alla ribalta delle cronache per essere entrato nel palazzo presidenziale dopo la dipartita politica di Morales.

Gli ultimi accadimenti politici in Bolivia

Vale la pena, in questo senso, fare un passo indietro. Dapprima, si sono tenute le elezioni nazionali, che hanno proclamato Evo Morales presidente per la quarta volta: un’operazione che da alcuni osservatori è stata interpretata come una forzatura della Costituzione, da altri è stata invece approvata in quanto ha ricevuto l’avallo popolare e democratico. In seguito sono venute le ribellioni, fomentate dagli sconfitti, e con esse il tradimento dell’esercito e delle forze dell’ordine, che hanno voltato le spalle al neo-eletto presidente.

Da qui, la caduta del governo, la fuga in Messico di Morales e la proclamazione di Jeanine Anez, leader dell’opposizione di destra, come presidente ad interim. Nel frattempo, nel Paese il caos si è moltiplicato, e la guerra civile si è fatta tremendamente più vicina: i sostenitori del governo decaduto hanno replicato le manifestazioni di piazza, subendo tuttavia la repressione della polizia e di alcuni manifestanti armati. Con un permesso di impunità, dato dal nuovo governo, di poter usufruire della forza contro i manifestanti.

Il riconoscimento internazionale di Anez disegna, in certo qual modo, la geografia politica che si situa dietro agli accadimenti boliviani: un insieme di moti le cui scaturigini hanno origine tanto esogena quanto endogena. Ad aver riconosciuto la sua legittimità sono stati, con soddisfazione, in primo luogo il Brasile di Jair Bolsonaro – le cui politiche potrebbero essere ricalcate dal nuovo esecutivo – e gli Stati Uniti di Donald Trump.

Difatti, secondo il mai domo schema della dottrina Monroe, l’America latina è sempre stata intesa, dal XIX secolo, come il giardino di casa a stelle strisce. In questo caso, ipotesi accreditata è che la necessità di applicare tale strategia abbia a che fare anche con interessi economici cospicui verso il litio: metallo alcalino di cui la Bolivia è piena, indispensabile per le batterie, e che Morales stava trattando con la Cina.

L’ascesa di Camacho all’opposizione

Tuttavia, i legami con attori esterni al Paese non sono gli unici che meritino la dovuta attenzione. Infatti, la geografia interna della Bolivia, per come emersa dalle recenti elezioni vinte da Evo Morales, è quanto mai variegata, ed alcuni protagonisti interni hanno favorito un determinato disegno politico per il Paese, piuttosto che un altro.

Uno di questi è stato – ed è – senza ombra di dubbio Luis Fernando Camacho, la cui provenienza e le cui attività politiche sotterranee denotano il succitato legame fra spinte interne e spinte esterne nella questione boliviana. Il pluripremiato giornalista investigativo Max Blumenthal, insieme a Ben Norton, ha effettuato un reportage di alto livello su The Gray Zone, in cui ha cercato di enucleare le origini sociali, culturali ed economiche dell’uomo che, poco dopo le dimissioni di Morales, ha mostrato al mondo una parte di Bolivia ben diversa dallo spirito plurinazionale e socialista dell’ormai ex Presidente Aymara.

Infatti, Camacho si è presentato al palazzo presidenziale con una Bibbia in mano, proclamando che la Bolivia appartiene a Cristo e che mai più dovrà finire in mano agli indigeni. “Pachamama non tornerà mai più al palazzo”, ha dichiarato, in riferimento alla Madre Terra andina – in lingua quechua -, dea della terra, dell’agricoltura e della fertilità presso gli Inca ed altri popoli nativi del Sud America.

Una linea che, peraltro, sembra assolutamente conforme alle idee segregazioniste della leader di destra, l’auto-proclamata Anez, che non nutre simpatie per gli indios (il rogo delle bandiere Wiphala lo dimostra). Nel frattempo che gli scontri nel Paese continuano ad aumentare, e con essi i morti ed i feriti – soprattutto fra i serramenti della popolazione che, a milioni, ha votato per la riconferma di Morales. Non è incidentale che, all’inizio del caos scatenato nel Paese, Camacho abbia sostenuto la legittimità della violenza adoperata dai sostenitori dell’opposizione: la quale ora governa, con lui figura centrale.

La Union Juvenil di Santa Cruz

Dunque, sostengono Blumenthal e Norton, dietro alla figura moderata di Carlos Mesa – che si è presentato alle elezioni per cercare di scalzare Morales dal trono presidenziale, senza riuscirci -, si nascondeva il “vero volto dell’opposizione”. Una parte i cui membri hanno insistito sull’esistenza di brogli – un’ipotesi smentita da organi internazionali indipendenti – come casus belli per scatenare il voltafaccia delle forze armate e così giungere a controllare il Paese, costringendone il Presidente a fuggire.

Questo volto, alcune delle cui sfumature sono rappresentate da Camacho – imprenditore ultra-40enne -, ha assunto i propri tratti in alcune determinate zone del Paese. La principale delle quali è stata la separatista Santa Cruz, nella quale egli ha potuto respirare a pieni polmoni un’atmosfera ben diversa da quella che Morales aveva cercato di porre in essere. Alcuni “contorni ideologici del colpo di Stato”, per utilizzare le parole dei due giornalisti investigativi americani, hanno assunto le proprie fattezze esattamente in questa regione, e nelle attività che la contraddistinguono.

Uno dei background più importanti e noti di Camacho è la sua appartenenza alla Union Juvenil Cruceñista, una vera e propria formazione paramilitare, simboleggiata da una croce verde (i cui dettami sono molto simili a quelli venuti in essere nel regime fascista ed in altri regimi dittatoriali del passato novecesco europeo), il cui saluto ricorda il tristemente noto “Sieg Heil” dei membri del Partito nazionalsocialista e poi di tutta la Germania sotto Adolf Hitler.

La Ujc si è inoltre resa protagonista di diverse azioni violente – durante il corso della sua esistenza – nei confronti dei nemici politici: la stessa ambasciata statunitense a La Paz, con i suoi rappresentanti, non ha esitato a riconoscere il movente di discriminazione razziale di queste azioni. Quindi, tutt’altro che meramente politiche. Inoltre, sin dall’elezione di Morales nel 2006, questo movimento ha portato avanti una vera e propria campagna separatista.

L’amicizia di Camacho con Branko Marinkovic

La storia dell’iscrizione di Camacho alla UJC durò due anni, a seguito dei quali egli lasciò l’organizzazione dalla sua posizione di vicepresidente: non per dissidi ideologici, ma perché aveva un crescente impero imprenditoriale da gestire. Iscritto ad un’enigmatica organizzazione, Los Caballeros de Oriente, che potrebbe essere ricondotta alla massoneria, egli appartiene al Grupo Empresarial de Inversiones Nacional Vida, il quale si occupa di diversi settori dell’economia boliviana: terziario (servizi), energetico (gas), assicurativo. Con numerosi investimenti diretti ed indiretti in varie società.

Nel frattempo che egli si avvicinava al mondo dell’impresa, scalando le gerarchie del Comitato Pro-Santa Cruz, è stato preso sotto l’ala protettrice di Branko Marinkovic, proprietario terriero di origine croata. Un vero e proprio oligarca, che ha alimentato i sogni politici della destra boliviana, in quanto ben più liberale e meno dirigista-statalista del Mas di Morales:presidente che, parzialmente, aveva nazionalizzato alcune sue terre.

Nel 2008, come rilevano Blumenthal e Norton, è stato direttamente denunciato dalla International Federation for Human Rights per essere un “attore e promotore di razzismo e violenza” nel suo Paese, agente ad esempio attraverso il già citato Comitato Pro-Santa Cruz. Additato in quello stesso anno dal New York Times come un gruppo apertamente xenofobo, cinque anni dopo ha subito lo strale perforante di Matt Kennard, giornalista che ha scoperto stretti legami fra questo Comitato ed il governo di Washington, che l’ha utilizzato come arma non convenzionale per balcanizzare la Bolivia.

Quindi, il legame fra alcuni movimenti putschisti interni alla Bolivia – come questo di Markovic e Camacho – e gli Stati Uniti, soprattutto nell’ottica di destabilizzazione del Paese sudamericano, non sono nuovi. Basti ricordare la Falange Socialista Boliviana, un movimento che – a dispetto del nome – ebbe sempre un’impronta politica di segno e metodologia operativa completamente opposte. Al punto tale da aver dato rifugio a Klaus Barbie, criminale di guerra nazista ed ex uomo della Gestapo: lo stesso uomo che gli Stati Uniti (e la Cia in particolare) hanno utilizzato per il programma dell’Operazione Condor durante la Guerra Fredda, con l’obiettivo di impedire la proliferazione del comunismo in America Latina.

Inoltre, Marinkovic – la cui famiglia si vocifera appartenne al movimento degli Ustascia – è stato un sostenitore della Union Juvenil Cruceñista e, esattamente come Camacho, si colloca nell’ala maggiormente conservatrice e radicale della Chiesa. Infine, non è incidentale che sia un denigratore della triade Cuba-Venezuela-Nicaragua, e che nutra simpatie per i movimenti di opposizione di questi Paesi (e non solo di questi): spesse volte eterodiretti, o comunque collusi col potere ombra a stelle e strisce.

La magmatica situazione boliviana

Il retroterra storico, culturale e relazionale di Luis Fernando Camacho ne mostra in maniera piuttosto chiara l’indirizzo politico. E, con esso, come la sua volontà di spodestamento di Morales lo abbia portato ad usufruire della sua influenza sul territorio di Santa Cruz (e non solo) per muovere contro Evo Morales manifestazioni di protesta, in zone tradizionalmente ostili al presidente indio. Non a caso, dal Messico Morales stesso lo ha additato di essere stato uno dei protagonisti del golpe da lui subito.

Naturalmente, la situazione politica in Bolivia non può essere riduzionisticamente intesa nell’esistenza di un bianco o di un nero senza una scala di grigi. Infatti, è doveroso specificare che quella di Camacho e della destra di Anez non era l’unica opposizione rispetto all’oramai ex presidente. Nonostante la tradizionale simpatia suscitata nelle comunità indigene, finalmente rappresentate in Costituzione sotto Morales, talune di queste – fra cui gli Ayllos – avevano dimostrato poca soddisfazione nei confronti delle sue scelte. Tuttavia, la loro richiesta si limitava a dimissioni e ripetizione delle elezioni: non certo ad una presa violenta del potere.

Per questo motivo, è innegabile che la fazione politica cui appartiene Camacho stia ricoprendo un ruolo chiave e primario non soltanto nella fuga di Morales, ma anche nell’attuale controllo e sommovimento repressivo nel Paese. Camacho ha documentato, attraverso il suo profilo Twitter aperto da pochi mesi, i suoi incontri con diversi funzionari di Stati sudamericani – come ad esempio il Brasile e la Colombia -, poi apertamente allineatisi al rovesciamento del potere costituito in Bolivia.

Blumenthal e Norton sostengono che, mentre veniva proposta la figura del centrista Carlos Mesa – in ogni caso portatore di un programma economico di stampo liberista molto vicino ai desiderata transnazionali dei potentati economici -, i facinorosi stavano premendo affinché il colpo di mano, in caso di sconfitta democratica, riuscisse senza intoppi. L’appoggio di militari e polizia, in questo senso, è stato decisivo: in questo scenario, dal palcoscenico mediatico è scomparsa la figura di Mesa, ed è comparsa quella di “Macho Camacho“. Sicuramente, uno degli ispiratori dell’attuale disordine in Bolivia.

GILET GIALLI: UN ANNO DOPO
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