Le cronache raccontano di un gruppo di studenti dell’Università di Dacca stanchi di subire le angherie del sistema di assegnazione delle quote negli impieghi pubblici in vigore in Bangladesh (ne abbiamo parlato qui), e soprattutto stanchi di una leader, Sheikh Hasina, al governo da 15 anni e più volte accusata di violazione dei diritti umani e di corruzione.
La protesta di massa che ha fatto cadere il primo ministro, causando decine di morti, centinaia di arresti e numerosi feriti, è stata descritta come una forma di dissenso studentesco partita dal basso. Ma la scintilla che ha fatto esplodere l’intero sistema politico del Bangladesh nasce davvero solo ed esclusivamente dalla rabbia di alcuni studenti desiderosi di ottenere maggiore giustizia sociale, affamati di democrazia e attenti a salvaguardare i diritti umani?
La narrazione ufficiale presenta alcune zone d’ombra. Anche perché Dacca è da tempo al centro di una silenziosa contesa geopolitica che coinvolge, più o meno indirettamente, India, Cina, Stati Uniti e Pakistan…

Gli investimenti cinesi e le preoccupazioni di India e Usa
Pochi sanno che Sheikh Hasina è figlia di Sheikh Mujibur Rahman, padre fondatore del Bangladesh e a capo del primo governo del Paese nato in seguito alla guerra di secessione combattuta per ottenere l’indipendenza dal Pakistan (1971). L’India svolse un ruolo chiave in quel conflitto, fornendo a Dacca, o meglio a Rahman, tutto il sostegno necessario – anche militare e logistico – per avere la meglio sul rivale. Dopo l’indipendenza, i rapporti tra India e Bangladesh sarebbero rimasti forti, seppur oscillando tra periodi di intensa cooperazione e distacco.
La salita al potere di Sheikh Hasina nel 2009 avrebbe riavvicinato Dacca a Delhi, anche se nel frattempo la Cina stava emergendo come potenza globale in forte ascesa. Pechino, a colpi di investimenti e accordi, sarebbe arrivata anche in Bangladesh, non a caso uno dei numerosi Paesi entrati a far parte della Nuova Via della Seta. Hasina, pur mantenendo buoni rapporti con il primo ministro indiano Narendra Modi, ha iniziato ad avvicinarsi al Dragone.
Nel 2016, durante un viaggio in Bangladesh, il leader cinese Xi Jinping aveva promesso decine di miliardi di dollari di investimenti in molteplici settori: dall’energia alla tecnologia, dalle infrastrutture alla difesa. Nel mirino di Pechino era finito in particolar modo il porto di Chittagong, uno scalo marittimo strategico perfetto per collegare il Golfo del Bengala alle vie commerciali internazionali, rinnovato con importanti lavori di ampliamento. I progetti, tuttavia, sarebbero rimasti in sospeso a causa delle pressioni esercitate sul governo di Dacca da parte di India e Stati Uniti, entrambi preoccupati che la Cina potesse usare le infrastrutture di Chittagong per espandere la propria influenza in Asia (e non solo).

Il viaggio a Pechino e le proteste degli studenti
Estate 2024. Il Bangladesh, alle prese con una cronica crisi economica, ha bisogno di investimenti, prestiti, aiuti finanziari. È per questo che Hasina, tra l’8 e il 10 luglio, effettua un viaggio a Pechino per incontrare Xi Jinping. La leader bengalese, vittoriosa alle ultime elezioni di gennaio e forte di tre quarti dei seggi in Parlamento, firma numerosi accordi di cooperazione con la Cina, mentre le aziende dei due Paesi mettono nero su bianco vari memorandum d’intesa in settori chiave (telecomunicazioni, veicoli elettrici, infrastrutture).
Proprio in quel periodo, in Bangladesh, cresce la marea studentesca. Le proteste si acutizzano fino a quando, ad agosto, Hasina è costretta a fuggire in India. Il nuovo governo ad interim finisce nelle mani del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, profilo perfetto per annunciare una transizione verso la democrazia. Il movimento che ha inscenato il grande cambiamento si dice intanto pronto a lanciare un nuovo partito politico, con l’obiettivo di distruggere il duopolio di lunga data tra l’Awami League di Hasina e il partito di opposizione Bangladesh Nationalist Party (BNP).

Ma chi c’è dietro questi studenti? Difficile dirlo con certezza. Le rivendicazioni contro il sistema di assegnazione delle quote negli impieghi pubblici rischiano di essere solo la punta di un iceberg molto più grande. Hasina ha accusato gli Stati Uniti – che pare vogliano costruire una base militare a Saint Martin, situata a sud del centro turistico costiero di Cox’s Bazar – di aver orchestrato una cospirazione per estrometterla dal potere. È dovuta intervenire l’allora portavoce della Casa Bianca, Karine Jean Pierre, per chiarire che gli Usa non avevano avuto “alcun coinvolgimento” nei fatti accaduti e che le voci che circolavano erano “semplicemente false”.
I quotidiani indiani hanno invece scritto che ad alimentare le contestazioni ci sarebbe stata la doppia mano dell’Inter-Services Intelligence del Pakistan e del Ministero della Sicurezza di Stato cinese. Il primo avrebbe sostenuto finanziariamente l’Islami Chhatra Shibir (ICS), l’ala studentesca del Jamaat-e-Islami bengalese, un’organizzazione islamica fondata in Pakistan, nota per la sua posizione anti-India e l’agenda jihadista, da tempo sotto sorveglianza dell’intelligence di Delhi; il secondo sarebbe stato invece attivo nei suoi sforzi di propaganda. Detto altrimenti, secondo questa versione, Pakistan e Cina avrebbero spinto per stabilire un governo pro-Islamabad e Pechino, visto che la posizione neutrale di Hasina non sarebbe affatto piaciuta al Dragone.
Il governo ad interim del Bangladesh ha intanto arrestato migliaia di sostenitori di Hasina. Il successo degli studenti in questa nuova arena politica resta dunque ancora tutto da vedere, mentre cresce la preoccupazione per i loro legami. C’è chi dice che siano appoggiati dai partiti islamici estremisti pronti a prendersi la nazione a maggioranza musulmana, e chi pensa che siano alimentati dagli yuan di Pechino, dalle rupie di Delhi o forse dai dollari statunitensi.


