Le ultime notizie relative al caso di Patrick Zaki, il ragazzo egiziano studente dell’università di Bologna trattenuto nel suo Paese oramai da quasi due anni, hanno riportato l’attenzione sul Paese mediorientale. L’Egitto è nell’occhio del ciclone mediatico già dal 2016, da quando cioè un altro studente, l’italiano Giulio Regeni, è stato brutalmente torturato e ucciso in un edificio dei servizi segreti nella periferia de Il Cairo. Le accuse sono piovute soprattutto sull’apparato governativo del presidente Al Sisi. Molte organizzazioni internazionali hanno definito quest’ultimo come un dittatore e un leader autoritario. Allo stesso tempo però l’Egitto viene visto come un pilastro importante contro il terrorismo e il fondamentalismo, oltre che un partner strategico per molti Paesi europei (Italia inclusa). Qual è allora la verità? E soprattutto, qual è l’attuale situazione all’ombra delle piramidi?

Un Paese “nervoso”

Sulla vicenda Zaki sono stati aggiunti altri due tasselli. Da un lato la prima udienza del processo allo studente, in cui sono cadute le accuse più gravi riguardanti i presunti tentativi di rovesciamento del governo, è rimasta invece quella relativa alla presunta diffusione di notizie false all’interno e all’estero del Paese. L’altro punto invece è rappresentato dalla pubblicazione dell’articolo incriminato, scritto dallo studente nel 2019 in cui veniva denunciata la situazione dei cristiani copti, minoranza religiosa a cui lo stesso Zaki appartiene. Si parla, in particolare, dell’episodio che ha visto protagonista il soldato cristiano Abanoub Marzouk, morto in un attacco terroristico di matrice islamica nel Sinai. Alla recluta non è stata concessa l’intitolazione di una scuola nella sua cittadina natale. La popolazione, secondo quanto scritto da Zaki, si è rifiutata di aderire a questa iniziativa. Il motivo risiederebbe nel timore delle ritorsioni dei fondamentalisti. Ed è forse questa la principale chiave di lettura sull’attuale situazione in Egitto.

Proprio i copti ad esempio formalmente sono tutelati. Del resto la loro è una minoranza di peso a cui appartiene almeno il 10% della popolazione e che storicamente ha sempre avuto un ruolo culturale e sociale importante. Lo stesso presidente Al Sisi nelle ricorrenze più importanti fa visita alle cattedrali copte. Ma andare a messa per i cristiani egiziani è diventato sempre più pericoloso, una sorta di corsa ad ostacoli tra barriere, controlli e checkpoint. Attorno ai luoghi di culto copti le misure di sicurezza negli ultimi anni si sono fatte imponenti. Gli attentati posti in essere dall’Isis e da altri gruppi jihadisti hanno lasciato il segno. Non solo attorno alle cattedrali cristiane, ma anche nella popolazione. Molti hanno paura delle ritorsioni degli integralisti, diversi cittadini soprattutto nelle zone rurali stanno preferendo non sfidare le istanze più estremiste per timore di essere a loro volta attaccati. L’Egitto, costretto a convivere con la piaga del terrorismo già dagli anni ’80, oggi appare più intimorito. Un contesto che non vale solo per la minoranza copta. Nella società sono sempre più evidenti segnali di nervosismo che si riflettono poi nella paura delle autorità di non riuscire a controllare al meglio la situazione.

L’Egitto fatica a trovare la sua identità

Il problema però non riguarda soltanto l’emersione del terrorismo e l’influenza delle istanze jihadiste nella società. Più in generale, il Paese specialmente dopo la primavera araba del 2011 stenta a trovare una propria identità. Le proteste di dieci anni fa che hanno portato alla caduta di Mubarack hanno illuso gli egiziani di poter creare una vera democrazia pluralista. Così non è stato. Il potere nel 2012 è passato nelle mani dei Fratelli Musulmani, ben radicati nella società nonostante decenni di clandestinità. L’insofferenza verso le scelte economiche e sociali dell’ex presidente Morsi, rappresentante della fratellanza, hanno spinto la popolazione nuovamente in piazza. Quella stessa folla che ricercava due anni prima la democrazia, ha chiesto l’intervento dell’esercito per non far scivolare l’Egitto nelle grinfie degli islamisti. É in questo contesto che si è avuta l’emersione dell’autoritarismo di Al Sisi.

L’impossibilità di formare al momento una democrazia compiuta ha reso ancora più evidente la crisi di identità della società egiziana, la quale si è riscoperta molto più fragile e molto più debole del previsto. L’Egitto di oggi è un enigma. Da un lato è un Paese laico erede della tradizione laica inaugurata negli anni ’50 da Nasser, ma dall’altro lato è una società incapace di fare salti di qualità e di risolvere l’atavica dicotomia tra laici e islamisti. Se a questo si aggiungono le tensioni derivanti da una crisi economica acuita dall’emergenza coronavirus, ben si comprende il nervosismo insito in tutto il Paese. I casi di Regeni e Zaki sono lo specchio di questo nervosismo. Per le autorità è diventato sempre più cruciale il controllo di quegli enti, di quei partiti e anche di quelle stesse opinioni in grado di non combaciare con la visione politica voluta dall’attuale leadership.

Tra spettri passati e speranze future

Indubbiamente il contesto di oggi ha origine da problemi di lunga data. Al Sisi ha di fatto ereditato un Egitto diviso, spaccato e potenzialmente instabile. Il suo principale obiettivo è cercare di mettere ordine e di ristabilire la sicurezza, un’operazione al momento non pienamente riuscita. Per questo il presidente egiziano sta provando anche a lavorare sul fronte economico. Dal 2014 in poi ha rilanciato un piano di imponenti opere pubbliche. Si va dalle maxi autostrade in grado di collegare le principali città alla costruzione di nuove diverse metropoli. Fra pochi anni cambierà la stessa capitale, gli uffici governativi verranno trasferiti in una “new town” poco distante da Il Cairo. A questo si aggiungono gli investimenti nel settore energetico favoriti dalle scoperte dei giacimenti a largo della costa egiziana. L’Egitto quindi, oltre ad affrontare con affanno le sue annose questioni interne, prova a guardare anche al futuro. Le disparità sociali però rimangono ben presenti e servono a ricordare, ancora una volta, quanta strada ancora occorre fare.