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Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le iniziative diplomatiche per trovare una soluzione politica in Libia. Dal Marocco alla Svizzera e perfino in Egitto il minimo comune denominatore è uno solo: l’assenza del generale Khalifa Haftar dal tavolo delle trattative. L’ormai ex uomo forte della Cirenaica, accolto sul tappeto rosso di Parigi, Palermo e Berlino, appare oggi sempre più ai margini della scena politica (sia libica che internazionale), complice la sconfitta militare che lo ha costretto a un precipitoso arrocco attorno a Sirte e Jufra, a difesa della preziosa e strategica Mezzaluna petrolifera. Eppure, l’autoproclamato Esercito nazionale libico – una coalizione di milizie, alcune delle quali composte da fanatici dell’islam salafita riunite in “battaglioni” e “brigate” per dare l’impressione di una forza ufficiale spalleggiata da sponsor stranieri come il gruppo russo Wagner – controlla ancora i pozzi e i terminal di esportazione di petrolio.

Non è escluso che il generale possa giocare sporco per rientrare in una partita che lo vede in al momento in svantaggio. Preoccupa, da questo punto di vista, la situazione dei pescatori italiani sequestrati dalla Guardia costiera di Bengasi, proprio nel giorno della quarta visita in 10 mesi del ministro degli Affari esteri e della Cooperazione, Luigi Di Maio. Non stupisce, data la situazione, che la Farnesina abbia chiesto il massimo riserbo sulla vicenda.

Haftar non può cadere

L’iniziativa di dialogo in Svizzera, portata avanti dai mediatori del Centro per il dialogo umanitario alla presenza della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), ha portato i partecipanti (esponenti provenienti dai due fronti contrapposti dell’est e dell’ovest) a concordare i seguenti punti:

  • elezioni presidenziali e parlamentari in Libia entro 18 mesi;
  • riforma del Consiglio di presidenza:
  • istituzione di un nuovo governo a Sirte, dove avrà sede anche il parlamento;
  • attuazione dell’amnistia generale;
  • ritorno degli sfollati e della diaspora.

Si tratta per ora di wishful thinking, cioè di semplici auspici che faticheranno a trovare applicazione sul terreno. Tanto per cominciare le elezioni presidenziali non avrebbero alcuna base legale dal momento che non esiste ancora una Costituzione libica, che dovrebbe essere approvata mediante un improbabile referendum. Appare evidente, inoltre, come lo spostamento – seppur provvisorio – del governo e del parlamento a Sirte sia impossibile senza una smilitarizzazione dell’intera area. Da tempo l’Onu propone l’istituzione di una zona priva di armi nella Libia centrale, un’iniziativa che potrebbe includere anche l’invio sul campo di osservatori o peacekeeper. Per arrivare a questo è però necessario convincere il generale Haftar a ritirare le sue truppe, ma farlo con la forza non è possibile: il rischio che la sua coalizione si sfaldi, lasciando il campo alle milizie rivali appoggiate dalla Turchia, è troppo alto e sarebbe un disastro per paesi come Egitto, Emirati Arabi Uniti e Francia. È in questo contesto che vanno lette le iniziative diplomatiche portate avanti dal Marocco e dall’Egitto dietro pressioni dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti. Anche il riconoscimento di Israele da parte degli Emirati Arabi Uniti, a ben vedere, potrebbe ammorbidire la posizione di Abu Dhabi (finora intransigente) dati gli strettissimi rapporti israelo-statunitensi.

Spartizione incompiuta

In Marocco, i delegati dei due rami del parlamento libico (il Consiglio di Stato di Tripoli da una parte e la camera dei rappresentanti di Tobruk) hanno trovato un’intesa di massima sulla distribuzione (o meglio la spartizione) di sette dei dieci incarichi principali del paese. Le tre questioni su cui non c’è intesa sono la National Oil Corporation (Noc, la compagnia petrolifera nazionale), l’Autorità libica per gli investimenti (Lia, il maxi fondo sovrano di Gheddafi, un vero e proprio tesoro di oltre 60 miliardi di dollari) e il comando dell’Esercito. Su quest’ultimo punto il generale Haftar potrebbe ancora dire la sua, anche se da parte di Tripoli e Misurata la chiusura è netta: il “feldmaresciallo” della Cirenaica è considerato alla stregua di un criminale di guerra e non potrà avere alcun ruolo nel futuro della Libia. Secondo l’Agenzia Nova, inoltre, alla Tripolitania dovrebbero spettare i posti di Procuratore generale, Autorità contabile, Alto comitato elettorale nazionale; alla Cirenaica dovrebbero spettare la Banca centrale libica (ma su questo punto l’intesa potrebbe non essere così scontata) e il Controllo amministrativo, mentre alla regione meridionale (il Fezzan spesso dimenticato) dovrebbero spettare la Corte suprema e l’Autorità per la lotta alla corruzione.

Rischio di un ritorno alle armi

Le armi per ora tacciono e questo è già un passo avanti notevole. Ma se il petrolio non tornerà a scorrere presto, la Tripolitania potrebbe interrompere il cessate il fuoco e tentare di prendere i pozzi e i porti con la forza. Un’eventualità di cui Haftar è consapevole e non a caso sta accumulando armi e mezzi a ridosso di Sirte e Jufra. Il generale sa di essere in svantaggio, ma è pronto a tutto per rientrare in partita. Inoltre, più passa il tempo, più il fronte opposto si indebolisce perché senza fondi. Per questo Haftar rifiuta ogni accordo per la smilitarizzazione di Sirte, spalleggiato in questo dagli Emirati Arabi Uniti (ma non più dall’Egitto) e probabilmente anche dalla Francia, che continua a tenere il piede in due scarpe. Parigi, infatti, non vuole abbandonare il generale al suo destino e sta ancora tentando di includerlo nelle sue iniziative diplomatiche, per ora senza successo. La tattica di Haftar appare evidentemente insostenibile e suicida nel lungo termine. Le proteste che hanno coinvolto Tripoli sono arrivate anche a Bengasi: la gente è stanca della guerra e soprattutto degli insopportabili disservizi che rendono la vita impossibile. Il rebus libico è quindi tutt’altro che risolto e Haftar sta aspettando il momento propizio per tornare in carreggiata.