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Altissima tensione tra Serbia e Kosovo. Nella città kosovara di Kosovska Mitrovica, situata nel nord del Paese, lungo il confine serbo, sono risuonate sirene e campane di chiese e monasteri, a conferma di una possibile escalation.

La scintilla che ha risvegliato antiche e mai sopite tensioni locali è da rintracciare nelle nuove misure amministrative varate da Pristina. A partire dal primo agosto, infatti, il governo del Kosovo aveva deciso di avviare la reimmatricolazione dei veicoli e di non riconoscere la registrazione dei documenti rilasciati dalla Serbia. La polizia kosovara avrebbe in sostanza avviato un’operazione per iniziare a vietare l’ingresso ai cittadini con documenti di identità rilasciati da Belgrado. Sono subito esplose proteste e manifestazioni. I cittadini di origine serba si sono radunati nel cuore di Mitrovica e non solo.

Secondo l’agenzia russa Tass, che cita il quotidiano Vecherne Novosti, le forze speciali del Kosovo sono state spostate da Prisitina a nord e a Metohija, dove sono erano in corso le rimostranze dei citati cittadini serbi. In precedenza, era stato riferito che la popolazione serba del Kosovo aveva protestato sulle principali autostrade della regione costruendo barricate. Diverse dozzine di persone hanno bloccato la strada principale fra Pristina e Raska.

Il monito di Belgrado, l’allerta della Kfor

Sul campo ci sono tutti gli ingredienti per far esplodere un conflitto. Anche perché Belgrado ha rinforzato i dispositivi militari lungo le frontiere da quello che non considera uno Stato indipendente, il Kosovo appunto.

In allerta l’Alleanza atlantica. La Nato si è infatti detta pronta a intervenire nel nord del Kosovo con la sua missione Kosovo Force (KFOR) – di cui fa parte anche l’Italia – qualora la sua stabilità sia “a rischio”. Sottolineando di essere in contatto sia con la parte kosovara sia con quella serba, la Kfor ha lanciato un appello al dialogo, ma ha anche affermato di esser pronta ad adottare “qualsiasi misura si renderà necessaria per mantenere la stabilità”.

In serata le autorità kosovare hanno chiuso due valichi di confine con la Serbia, e questo a causa dei blocchi stradali messi in atto da dimostranti kosovari di etnia serba. I media internazionali hanno riferito che il presidente serbo Aleksandr Vucic, in un discorso televisivo, ha mostrato una cartina del Kosovo coperto dalla bandiera serba e ha avvertito che se i serbi saranno minacciati, la Serbia ne uscirà vittoriosa. “La Serbia non è mai stata in una situazione così complessa e difficile”, ha dichiarato Vucic in un discorso alla nazione.

L’origine delle tensioni

Dopo una notte a dir poco movimentata, il governo di Pristina ha adottato una misura volta a ridurre la tensione nel Nord del Paese, un’area, tra l’altro, a maggioranza serba. È stata rinviata di un mese, al primo giorno di settembre, la procedura che impone il divieto a targhe e documenti di circolazione serbi. Le autorità del Kosovo hanno chesto ai cittadini di rimuovere le barricate e di ripristinare la viabilità nel Nord del Paese. Vucic ha detto di aspettarsi una riduzione dell’escalation, e affermato che è estremamente importante che il dialogo continui e che si risolvano le questioni pacificamente.

Ma qual è la radice delle tensioni? Come detto, si tratta di una pratica burocratica, all’apparenza innocua: le targhe delle auto. Per capire meglio la questione bisogna fare un passo indietro. In seguito alla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, avvenuta 14 anni fa, quasi 50mila serbi che vivono nel nord del Paese hanno continuato ad utilizzare documenti e targhe rilasciate da Belgrado. Nelle ultime ore il governo kosovaro era pronto a introdurre nuove misure per obbligare tutti i cittadini, anche i serbi del Kosovo, ad avere targhe e carte d’identità omologate. Da qui i putiferi raccontati. Adesso la situazione sembra essersi normalizzata ma la pace, da queste parti, è molto fragile.

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