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L’equivoco più grande deriva dalla posizione geografica dell’Australia. L’enorme isola è situata nel cuore dell’Oceania, a cavallo tra due oceani, il Pacifico e l’Indiano, è circondata da piccoli Paesi esotici, con i quali gli scambi commerciali non possono che essere limitati, e dista oltre 15mila chilometri dalle coste degli Stati Uniti, il Paese occidentale più vicino in linea d’aria.

Se questi sono i fatti, confermabili osservando una qualsiasi mappa, è facile capire darsi una risposta al perché l’Australia abbia imparato ad “essere asiatica”, intrattenendo rapporti economici vitali con i principali attori del continente, dalla Cina al Giappone passando per la Corea del Sud. La spiegazione è semplice: Canberra lo ha fatto per far girare gli ingranaggi del proprio motore economico.

Il problema di fondo, tuttavia, è che l’Australia ha profonde radici anglosassoni e “pensa” da nazione occidentale pur trovandosi dall’altra parte del mondo, a contatto con Stati che ragionano in modo diametralmente opposto. L’inasprimento delle relazioni tra Cina e Stati Uniti, lo spostamento del baricentro economico e politico globale in Asia, la riacutizzazione di interessi geopolitici intrecciati tra le potenze occidentali e il Dragone cinese: questo, e molto altro, sta alla base del durissimo braccio di ferro in corso tra Canberra e Pechino.

Realtà contro necessità

Abbiamo detto che l’Australia, per via della sua collocazione geografica, funge idealmente da trait d’union tra Oriente e Occidente. È insomma a metà del guado e per questo, nonostante il background culturale anglosassone e i forti legami con Stati Uniti, Regno Unito e Francia, Canberra non può prescindere da Pechino. Il fatto che la Cina sia stata recentemente considerata da Washington, e più in generale dal mondo occidentale, una sorta di minaccia, spinge il governo australiano nella scomoda posizione di dover fare la prima mossa. Già, ma quale mossa? Due le possibilità sul tavolo: proseguire nel testa a testa con il governo cinese, a costo di subire ritorsioni economiche e un sostanziale isolamento, oppure fare i propri interessi scindendo l’aspetto politico da quello economico e continuando a tenere i piedi in due scarpe. Al momento la linea rossa che collega Pechino a Canberra è incandescente.

L’ultimo scontro

Dal coronavirus all’Afghanistan, dai boicottaggi economici ai dazi: ormai è scontro totale tra Australia e Cina. La goccia che potrebbe aver fatto traboccare il vaso è un tweet che ha infiammato gli animi. Piccolo riepilogo per capire di cosa stiamo parlando: Canberra ha riconosciuto che le sue forze speciali uccisero in Afghanistan 39 civili tra il 2005 e il 2016. Il primo ministro australiano, Scott Morrison, ha attaccato il ministero degli Esteri cinese per un post del portavoce, Zhao Lijian, accompagnato da una foto che mostra la foto (ritoccata secondo i media) di un soldato australiano mentre porta un coltello sporco di sangue alla gola di un bambino afghano, e di cui ha chiesto la rimozione a Twitter.

Morrison ha usato parole durissime all’indirizzo della Cina: “Il governo cinese dovrebbe vergognarsi di questo post. Lo sminuisce agli occhi del mondo”. L’Australia, ha aggiunto, ha stabilito un processo “onesto e trasparente” per le indagini sulle accuse di brutalità contro i propri soldati in Afghanistan, “e questo è quello che fa un Paese libero, democratico e liberale”. La Cina non ha affatto ritrattato. Anzi: ha chiesto le scuse ufficiali di Canberra al popolo afghano per le “atrocità” commesse dai soldati australiani. “Il governo australiano dovrebbe portare gli assassini di fronte alla giustizia e porgere scuse ufficiali al popolo afghano per l’uccisione di innocenti civili afgani da parte dei soldati”, ha dichiarato una portavoce del ministero degli Esteri.

Interessi incrociati

L’Australia può contare su influenti amici occidentali, ma due terzi esatti del suo interscambio si svolgono con l’Asia. La strategia fin qui ha pagato visto che l’economia del Paese cresce dal 1991. La Cina, in particolare, è destinataria, da sola, del 30% dell’export nazionale. Significa che se Pechino dovesse staccare la spina, l’isola potrebbe seriamente cadere a picco. E in effetti, negli ultimi mesi, è accaduto proprio questo: il gigante asiatico ha ripetutamente “punito” il governo australiano smettendo di importare prodotti di vario genere, provocando considerevoli danni economici.

Ma la disputa economica, come detto, si inserisce in una complessa scacchiera di interessi incrociati e contrapposti. L’Australia è una superalleata degli Stati Uniti ed è parte integrante dell’alleanza di intelligence Five Eyes, recentemente riadattata al contenimento dell’ascesa cinese nella regione indo-pacifica (e non solo). Washington ha più volte giocato di sponda con Canberra per lanciare messaggi militari a Pechino, e intende continuare a farlo. Il governo australiano, infatti, svilupperà missili da crociera ipersonici proprio con gli Stati Uniti nel tentativo di contrastare la messa a punto di “armi tecnologiche potenzialmente distruttive” da parte di Cina e Russia.

Questa volta l’Australia ha scelto di fare sul serio. Il ministro della Difesa locale, Linda Reynolds, ha infatti annunciato la nascita di una partnership ipersonica con gli Stati Uniti. La Cina, dal canto suo, continuerà a stringere la corda attorno al collo dell’Australia. I cinesi sanno che Canberra è in grado di garantire l’approvvigionamento di metalli ferrosi e altre risorse strategiche. Ma sono altrettanto consapevoli del fatto che, adesso, il ruolo ricoperto dall’Australia può essere sostituito da altri soggetti.

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