Gli anni Dieci del Duemila hanno consacrato il ritorno della Russia in Africa, un continente che, sin dalla seconda metà dell’Ottocento, è stato al centro di competizioni egemoniche tra le principali potenze del pianeta. E oggi, esattamente come in passato, il continente nero è il luogo in cui si incontrano e scontrano gli interessi e le agende estere di una costellazione di grandi giocatori, tra i quali risaltano, Russia a parte, Cina, Turchia, Francia e Stati Uniti, sullo sfondo della presenza crescentemente marcata di Iran, Brasile, Giappone, India e petromonarchie della penisola arabica.

La Russia è entrata tardi nella nuova corsa all’Africa, ragion per cui la strategia di penetrazione ha sperimentato delle battute d’arresto in alcuni paragrafi del continente, come il Corno, o fatica ad accelerare il ritmo in alcune aree altrettanto competitive, come il capo meridionale. Nonostante la presenza di alcuni prevedibili ostacoli, il Cremlino ha potuto stabilire dei piccoli avamposti in innumerevoli teatri, dalla Repubblica Centrafricana al Ghana, capitalizzando geopoliticamente il prezioso legato anticolonialista dell’Unione Sovietica e adoperando un modello già collaudato (con successo) durante la guerra fredda e basato su armamenti, cultura e combattenti, ai quali sono stati aggiunti energia e investimenti.

Esplicate le ragioni della presenza russa dal Cairo a Città del Capo, l’ultimo approfondimento della rubrica dedicata al ritorno della Russia in Africa verrà dedicato al polveroso Sahel, quella parte particolarmente conflittuale e caotica di continente in cui si sta scrivendo un capitolo importante della terza guerra mondiale a pezzi.

I russi nel Sahel: mito o realtà?

Il Sahel ha cessato di essere una provincia della Francia da quando l’albeggiare del nuovo secolo ha quivi condotto dapprima l’internazionale jihadista e dipoi le grandi potenze del globo. In questo paragrafo particolarmente polveroso e caliginoso d’Africa, afflitto dalle piaghe semi-croniche dei tribalismi, dei colpi di Stato, degli attentati terroristici e delle guerre civili, si stanno combattendo eserciti regolari ed irregolari, soldati in divisa e mercenari senza bandiera, Stati ed attori non-statuali. Qui, all’ombra del deserto, stanno guerreggiando francesi ed emiratini contro turchi e seguaci del jihad armato, risiedono stabilmente contingenti internazionali e, per quanto mimetizzati, operano anche i russi.

Di Russia nel Sahel si scrive ogniqualvolta accadono l’inverosimile e/o l’imprevedibile, dal recente colpo di Stato in Mali all’enigmatica morte del presidente del Ciad, sottintendendone un coinvolgimento. Dietrologie a parte, il Cremlino è effettivamente presente nella regione, tanto instabile e sottosviluppata quanto ricca di risorse naturali e giacimenti vergini da sfruttare, dove ha siglato accordi di cooperazione nelle sfere militare e securitaria con Mali, Burkina Faso e Niger – ai quali vende anche armamenti –, dove supporta figure e partiti politici antioccidentali, come il popolare panafricanista Kemi Seba, e dove avrebbe inviato un numero imprecisato di combattenti, consulenti e addestratori del Gruppo Wagner.

Cosa cercano i russi nel Sahel, dunque? Accordi basati sul do ut des, esattamente come la Turchia, che consentano di sfruttare il clima di perenne instabilità ad uso e consumo degli interessi nazionali del Cremlino, che nel Sahel coincidono con la riduzione dell’influenza francese e con la lotta ai gruppi terroristici e di ribelli che impediscono ai governi di esercitare il controllo sui depositi di risorse naturali. Il fine, in entrambi i casi, è il medesimo: conquistare la fiducia delle forze politiche, nonché dell’opinione pubblica, gettando le fondamenta per l’entrata nei mercati regionali dei giganti russi dell’energia e del minerario.

Controllare le rotte migratorie

Letture squisitamente utilitaristiche a parte, la Russia è interessata allo stabilimento di avamposti tattici nel Sahel per ragioni strategiche attinenti al controllo delle rotte dell’immigrazione illegale. Perché chi controlla il Sahel, anche solo parzialmente, detiene il potere di aprire o chiudere a piacimento i rubinetti dei flussi migratori in direzione dell’Europa, ergo può assurgere al ruolo di regista di possenti ondate migratorie coercitive in grado di mettere sotto pressione il Vecchio Continente.

È in questo contesto altamente conflittuale, dal cui esito dipende la sicurezza dell’Europa, che si inquadrano le periodiche invettive di Emmanuel Macron contro la presenza russo-turca nel Sahel e il tentativo dell’Eliseo di coinvolgere maggiormente l’Italia nella gestione della regione. Perché nel Sahel, (ex) provincia di Francia, si sta scrivendo un capitolo centrale della competizione tra grandi potenze e coloro che riusciranno a scrivere i paragrafi più lunghi ed importanti, armando, finanziando e combattendo, si ritroveranno ad avere in mano le chiavi per il ricatto dell’Unione Europea.

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